VIETATO IL SELFIE DELLA MEMORIA

di Chiara Sandonato

Tempo di lettura 2:30 min

L’account ufficiale Twitter del campo di concentramento di Auschwitz ha invitato i suoi visitatori ad avere maggiore rispetto dei luoghi della memoria: vietati i selfie divertenti in bilico sui binari o con le braccia alzate davanti al cancello. 

Il tweet ha ricevuto tantissima approvazione da parte di migliaia di utenti, indignati dalla leggerezza con cui così tante persone, spesso studenti, trattano un luogo cruciale per la memoria storica. 

Tweet, Official Page Auschwitz Memorial
Tweet Official Page Auschwitz Memorial

Queste dichiarazioni offrono uno spunto interessante per riflettere sul concetto di memoria e, in particolare, sulla memoria dei luoghi.

La storia ci insegna che da tempi immemori gli esseri umani hanno cercato di fissare il ricordo nello spazio: il monte su cui si è consumato il sacrificio di un eroe, la collina su cui fu combattuta una clamorosa battaglia, il punto dove fu sepolto il parente defunto.

Lo spazio è uno dei modi principali attraverso cui il ricordo diventa “discorso”.

Luoghi come il Memoriale di Auschwitz tramandano, attraverso un insieme di tracce, la memoria di un trauma universale. Questa parola – trauma – proviene dal greco e significa: ferita con lacerazione. Dunque, ogni luogo contrassegnato dalla violenza e dal dolore, è uno spazio lacerato?

Leggiamo insieme un breve racconto di Patrizia Violi, studiosa dei paesaggi della memoria:

«Qualche tempo fa ero in visita alla ESMA, la Escuela Superior de Mecànica de la Armada a Buonos Aires, una caserma trasformata durante la dittatura in centro di detenzione e tortura. Da qui partivano i voli della morte che gettavano i prigionieri vivi e drogati nel Rio Della Plata. La ESMA è uno spazio enorme, ora trasformato in un grande luogo della memoria, ed è composto da quasi venti edifici intervallati da grandi viali alberati. Mentre visitavamo il luogo con la guida appassionata e partecipe di una giovane donna figlia di perseguitati dalla dittatura, un ragazzino attraversò i viali in bicicletta, cantando felice a squarciagola. La nostra guida lo rimproverò, dicendo che in quel luogo bisognava fare silenzio e non si poteva essere così allegri. Poi, molto commossa, ci disse che per lei era intollerabile quella manifestazione di gioia in un luogo dove tanto dolore si era consumato». 

Due modi diversi, opposti, di vivere il passato e il ricordo della memoria.

Da un lato, forse, i sorrisi nelle foto scattate al memoriale di Auschwitz, il canto gioioso del ragazzo in bicicletta, sono una cosa bella poiché possono rappresentare un modo di esorcizzare l’orrore. Forse la vita dovrebbe avere sempre la meglio sulla morte ed i traumi andrebbero raccontati con il solo fine di essere superati. Eppure il museo ci richiama al diritto dei morti e al rispetto delle sofferenze patite sul suolo che il visitatore sta calpestando.

Quale, dunque, il punto di vista che dovremmo adottare?

Credits: Twitter Official Page Auschwitz Memorial

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