IL (NUOVO) MUSEO DEL DESIGN ITALIANO: ISTRUZIONI PER L’USO

Matthias Favarato
tempo di lettura: 3 minuti

7- © Triennale Milano - foto Gianluca Di Ioia

Alessandro Mendini Poltrona di Proust 1978 Atelier Mendini © Triennale Milano foto Gianluca Di Ioia

Per undici anni, il Triennale Design Museum (amorevolmente conosciuto come TDM) ha raccontato il design italiano con chiavi di lettura sempre diverse e molteplici. Tuttavia, negli ultimi tempi, si è consolidata la volontà di avere un punto stabile sul design italiano, un museo permanente. Così, dopo anni di onorato servizio, il “museo mutante” concepito da Silvana Annicchiarico va in pensione, lasciando il posto al nuovo Museo del Design Italiano.

Il museo, voluto fortemente dal Presidente Stefano Boeri, è nato sotto la direzione artistica di Joseph Grima e presenta una parte degli oggetti della collezione di Triennale. Sono 200 i pezzi che raccontano l’evoluzione del design italiano in un arco temporale che va dal 1946 al 1981, in un allestimento pulito ed essenziale.

Sulla base di questi dati, tre sono le domande che ci possiamo porre.

La prima: perché (solo) 200 oggetti realizzati in 35 anni? I 1.300 mq della Curva di Palazzo dell’Arte non permettono di presentare un elevato numero di opere ed è stato quindi fondamentale adottare delle scelte. Inoltre, i fondi di Triennale, costituiti da oltre 1.600 pezzi, rappresentano al meglio questo periodo storico preciso, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino allo stravolgimento del design italiano (e mondiale) dettato dal gruppo Memphis. Da qui, le operazioni che Triennale effettuerà nei prossimi anni saranno due: realizzare un ampliamento di quasi 6.000 mq con un grande spazio ipogeo, il quale permetterà la realizzazione della seconda parte del museo; acquisire nuovi oggetti per consolidare la propria collezione, rendendola completa per poter raccontare la complessa storia del genio italiano.

 Allestimento visione d’insieme © Triennale Milano foto Gianluca Di Ioia

Allestimento visione d’insieme © Triennale Milano foto Gianluca Di Ioia

La seconda: perché un allestimento così essenziale? La volontà di Joseph Grima e dell’ufficio tecnico interno di Triennale che ha curato l’allestimento è quella di rendere i singoli pezzi i veri protagonisti, senza effetti spettacolari o invadenti, senza pannelli verbosi e faticosi. Gli oggetti parlano attraverso cartellini minimali, documenti di archivio (packaging, riviste, prototipi, ecc.), eventi storici coevi a parete e attraverso alcuni telefoni Grillo (Richard Sapper e Marco Zanuso) dai quali è possibile ascoltare le voci dei diretti creatori, come se fosse una vera conversazione telefonica. Questa essenzialità è senza dubbio una scelta ardita, la quale potrebbe rivelarsi vincente o controproducente.

La terza, e forse più importante, domanda: perché un museo permanente? Il “nuovo” museo nasce con l’ambizione di diventare il tempio del design italiano nel mondo (precedendo di molto con i tempi l’apertura dell’ADI Design Museum Compasso d’Oro), capace di ampliarsi e cambiare nel tempo. Nonostante la formula del “museo mutante” ben si presti ad alcune realtà internazionali (come ad esempio il Centre Pompidou Málaga), non era appropriata a questo contesto: Triennale è il punto di riferimento internazionale per il design italiano e la presenza di un’esposizione temporanea come unica “mostra” di questa lunga avventura italiana confondeva spesso i turisti stranieri.

Il nuovo museo è, a tutti gli effetti, la nuova casa del design italiano.

Fonti:

triennale.org

artribune.com

zero.eu

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