SOGNO E SUBLIME. INTERVISTA A CHARLIE DAVOLI

Di Chiara Sandonato

Tempo di lettura: 4 minuti.

Ci immergiamo oggi nell’universo di Charlie Davoli, un fotografo di origini singaporiane, capace di trasportarci in una dimensione onirica in cui i pesci fluttuano nel cielo, i treni volano nel mezzo di soffici nuvole e foreste rigogliose crescono sotto la superficie degli oceani. Davoli rappresenta con meticolosa pedanteria, immagini “capovolte”, dal significato ambiguo, attraente e irrequieto, spesso dominate dal concetto romantico del «sublime», attraverso il quale, l’artista, osserva e stravolge, con sottile ironia, la realtà.

Charlie, raccontaci qualcosa sulle tue origini e sulla tua famiglia. Dove sei nato?

La mia famiglia è un mosaico di razze diverse: mia madre è per metà malesiana e per metà britannica, mentre mio padre è italiano, di origini pugliesi. Io sono nato a Singapore, dove ho vissuto fino all’età di sei anni. Questo mi ha permesso di imparare molto bene la lingua inglese. Nonostante il ritorno in Italia, con mia madre abbiamo continuato a parlare l’inglese nella nostra casa e per questo agli occhi della comunità salentina noi eravamo “gli stranieri” del posto! 

Charlie Davoli, IF THE ORACLE HAS THE ANSWER, WHO AS THE QUESTION?

Come vivi il rapporto con la tua terra natia e le sue differenze culturali rispetto all’Italia?

Singapore è una città molto sviluppata dove tutto è ultramoderno. Trasferirmi in Italia è stato come tornare indietro nel tempo da un punto di vista tecnologico. 

C’è un’enorme differenza sotto vari aspetti, specie a livello di eredità e di cultura. È come se io vivessi al centro, lungo un confine che mi permette di mettere un piede da una parte ed uno dall’altra. 

Di sicuro, l’Europa si vanta di essere un popolo avanzato e definisce altre aree “terzo mondo”, ma in realtà spiritualmente l’Europa è il terzo mondo: il mondo occidentale soffre una grande carenza spirituale. Siamo lontani anni luce da un approccio meditativo e spirituale che ci permetta di interagire con la nostra anima.

Charlie Davoli, THE FALL OF PHYSICIANS, October 2014

Come è nato il tuo interesse per il mondo dell’arte e, in particolare, della fotografia? 

Io non nasco come fotografo, né tanto meno come grafico, anche se mi è sempre piaciuto utilizzare programmi di grafica o fotoritocco. Uno step importante è stato il mio avvicinamento al mondo della musica, un’urgenza creativa nata da un passato di ricerca, di ascolti e dal desiderio di sperimentare dialettiche e linguaggi nuovi.

Da bambino trascorrevo pomeriggi interi ad osservare le copertine dei vinili. Esisteva un nesso, talvolta folgorante, tra l’immaginario della copertina e la musica. Come accade, ad esempio, nei i primi vinili dei Pink Floid, dove una complessità strutturale in termini di musica si incastra perfettamente con l’immaginario potentissimo delle copertine. Il connubio musica e immagine è stato come uno shock emotivo.

Da lì nasce la fantasia di poter creare in prima persona delle copertine: valutavo il montaggio delle immagini, dove lasciare gli spazi per inserire le parti testuali e i titoli. La scelta del formato delle mie fotografie ricorda ancora quello schema, infatti, è volutamente quadrata, ispirata alla dimensione del 33 giri o del 45 giri.

È iniziato tutto quasi per gioco. Io non ho avuto un approccio immediato allo strumento professionistico, ci sono arrivato con il tempo. 

Charlie Davoli, HOW TO BE INAPPROPRIATE WHILE OBSERVING THE BEHAVIOR OF LIGHT, October 2015

Cosa è successo quando hai preso in mano una macchina fotografica?

All’inizio mi è sembrato qualcosa di molto noioso e riduttivo: l’approccio fotografico in sé e per sé non mi offriva grossi stimoli. Mi sembrava come un “luogo comune”, qualcosa di molto banale. Sono fatto così: odio i luoghi comuni, questi modi interlocutori stereotipati, “comodi” e condivisi da tutti. Preferisco essere antipatico, che accomodante. Lo stesso approccio vale per la fotografia: ho iniziato ad inserire delle anomalie, dei piccoli elementi di disturbo nella foto. Inserivo oggetti in contesti del tutto estranei. La fotografia sotto questa veste è diventata intrigante per me ed è stata un’ancora di salvezza durante un periodo difficile. È stata come una terapia che mi ha permesso di ritrovarmi.

Charlie Davoli, THE NOISE MADE BY MEANINGS, October 2016

Non compaiono quasi mai i volti nelle tue opere, come se i personaggi, di spalle o di profilo, fossero sempre rivolti verso l’infinito. Come mai?

Mi interessa rappresentare il concetto di umanità, più che quello di umano. In questo modo, spersonalizzo la persona, il personaggio è solo una sagoma, una delle tante che compongono questa umanità pigra, corrotta e negativa.

Talvolta prediligo i soggetti più anziani, a cui associo l’idea di saggezza, un fine ultimo “utopistico” di elevamento che porta l’uomo alla consapevolezza e coscienza di ciò che lo circonda.

Osservare le tue creazioni è come immergersi in un’atmosfera “da sogno” in cui paesaggi, oggetti e figure sono assemblate armoniosamente in un collage di puro surrealismo. Da dove nasce l’idea di queste serie? 

I paesaggi sono una combinazione di intuizioni momentanee, difficilmente qualcosa è premeditato, sono frutto delle mie sensazioni e del mio umore. Tuttavia riesco a decodificare alcuni elementi che si ripetono sempre: l’atmosfera, le nuvole, il mare, il cielo. Sono quegli elementi che sin da bambino io associo alle idee di indefinito e di incommensurabile. Quest’ultimo concetto si riflette nella paura di non poter né comprendere né prevedere nulla: ci si sente in qualche modo microscopici di fronte a tanta grandezza.

Questi paesaggi in modo inconsapevole contribuiscono a generare delle forme di paura interiore o di disagio. Nel mezzo del mare, nell’acqua alta, ci si chiede: cosa c’è qua sotto?

Forse non è pericoloso, ma suscita in me dell’inquietudine. Nelle mie opere c’è anche in qualche modo la volontà di superare questo limite tra il conosciuto e l’ignoto. Tutte le paure in fin dei conti si possono superare, basta fare i conti con se’ stessi. 

Charlie Davoli, THE LEVEL INSIDE WILL RISE, September 2015

Credits: Charlie Davoli

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