ARTE E MEMORIA: ŠTO TE NEMA A VENEZIA

di Cecilia Parini

Tempo di Lettura: 4 minuti

How can one cup of coffee help societies heal from genocide and prevent any future atrocities?

Questa è la domanda che si legge visitando il sito dell’artista Aida Šehović, di origine bosniaca, che nel 2006 diede vita al progetto “Što te nema” (Perché non sei qui). 

Što te nema è un monumento itinerante (o nomade come lo definisce la stessa Šehović) che ogni anno commemora gli 8373 bosniaci mussulmani che furono uccisi nella città di Srebrenica

Ma come funziona nello specifico? E perché ricordare una tragedia come un genocidio utilizzando delle tazzine di caffè? 

Partiamo dall’ultima domanda, perché il caffè? Che significato ha? Aida Šehović ci ha raccontato che scappò dalla guerra che era solo un’adolescente. Prima si rifugiò in Turchia, successivamente in Germania e infine negli Stati Uniti, dove riuscì a trovare una parvenza di normalità. Fu solo nel 2004 che Aida, insieme a tutta la famiglia, riuscì a ritornare in Bosnia per vedere coi suoi occhi cosa rimanesse del suo paese dopo la guerra. Durante quel viaggio, Aida fece la conoscenza dell’organizzazione “Women of Srebrenica” che cercava di restituire un’identità alle vittime di Srebrenica. L’artista, parlando con una di loro che aveva perso un famigliare nel genocidio, le chiese cosa le mancasse di più e la signora le rispose che le mancava bere il caffè la mattina col proprio caro. Ed ecco l’idea per ricordare chi non è più con noi, il caffè. 

In Bosnia, come anche in Italia, il caffè è un momento di condivisione e dello stare insieme ai propri cari, che siano familiari o amici. Ed è in questo che consiste l’esperienza di Što te nema: versare il caffè nelle tazzine tradizionali bosniache (fildžani) per chi non c’è più. 

Što te nema, Venezia, 2019

Se posso, prima di raccontarvi come si svolge l’evento, apro una piccola parentesi sulle tazzine di caffè che vengono utilizzate durante Što te nema. Aida ci raccontò che la donna che le diede l’idea per il suo progetto le regalò anche la tazzina del proprio caro, e non fu l’unica. Infatti, in quasi ogni città dove si è svolta Što te nema, molti membri delle varie comunità bosniache presenti regalarono all’artista i propri servizi di fildžani. Questa parentesi vi fa capire quanto il progetto sia sentito dai bosniaci che vissero quegli anni di terrore. 

E ora rispondiamo alla prima domanda che ci siamo posti: come funziona Što te nema?

L’evento ha luogo in uno spazio pubblico, spesso una piazza, in modo che chiunque lo desideri, possa partecipare e scoprire di più su un genocidio del quale effettivamente non si sa molto. Le tazzine di caffè che vengono poste l’una accanto all’altra, aumentano sempre di più e vanno a creare un cerchio che sembra infinito, e se si considera che ogni tazzina indica una persona uccisa a Srebrenica, si inizia a provare anche un po’ di dolore. Ma credetemi, l’ambiente non è mai pesante, è solenne a volte anche chiacchiericcio perché tra i volontari e i partecipanti nascono spesso delle interessanti conversazioni. Come quella tra una volontaria e un’anziana signora che racconta di essere sempre stata in vacanza in Croazia fino agli anni della guerra e che temeva di non incontrare mai più i suoi amici. Oppure, la volontaria di origine bosniaca che racconta a due ragazze della sua fuga in Italia e di come sono ormai vent’anni che vive nel nostro paese. E questi sono solo piccoli esempi delle conversazioni che vengono fuori durante la giornata, infatti, va precisato che Što te nema ha inizio alle 10 del mattino e finisce intorno alle 19.30. 

Verso la fine, quando rimangono le ultime cento tazze, i volontari e gli spettatori rimasti fino alla fine, versano l’ultimo caffè e si raccolgono tutti intorno al grande cerchio e si rimane in silenzio per cinque minuti.

In questi minuti di raccoglimento si ha modo di pensare a tante cose: alla guerra, alle atrocità che l’uomo inspiegabilmente compie, a chi non c’è più e infine a quanto sia importante ricordare e che magari la memoria di questi eventi basti a prevenire altri casi di disumanità.

Finiti i cinque minuti, in realtà Što te nema non è finita, infatti inizia a dire di molti, la parte più unica di quest’esperienza, la pulitura delle tazzine. 

Što te nema, Venezia, 2019

Credetemi, la fatica è tanta per pulire 8372 e più tazzine, ci sono volute almeno due ore e mezza. Ma è in quel momento che si realizza l’importanza di questo monumento nomade. A pulire le tazzine ci si ritrova con persone da tutto il mondo. C’è la comunità bosniaca che vive in Italia, o bosniaci che sono venuti apposta per partecipare, ci sono americani, inglesi, svizzeri, italiani e altri ancora. Nonostante le barriere linguistiche, oltre al rumore delle tazzine, si sente un continuo chiacchiericcio e risate nell’aria. E in quel momento di condivisione senti anche la speranza che forse quello che stai davvero facendo funziona e che forse davvero l’Arte ci può insegnare ad essere più umani. 

Ed è con questa speranza che vi invito a seguire il lavoro di Aida Šehović e a seguirla l’anno prossimo a Belgrado, capitale della Serbia, a creare tutti insieme Što te nema.

In copertina: deskgram.net Što te nema a Zurigo

Credits: Foto dell’Autrice

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