IL DEPOSITO MUSEALE: DA POLVEROSA "CANTINA" A SPAZIO DI RICERCA E FRUIZIONE

Di Asia Graziano

Tempo di lettura: 3 minuti

I depositi dei musei sono stati a lungo luoghi inaccessibili, in cui stazionavano e s’impolveravano alcune delle più preziose testimonianze del nostro patrimonio artistico, purtroppo invisibili.

Ma il deposito museale nasce con una duplice funzione, luogo di conservazione, in cui il manufatto viene mantenuto in sicurezza nel tempo e contemporaneamente soglia del museo: ciò che viene collocato in deposito, non sarà esposto alla fruizione pubblica. Le strategie di valorizzazione di una collezione e del suo museo partono, dunque proprio dal deposito: è qui che si stabilisce il concept di un museo.

Il deposito è inoltre anche il luogo in cui le opere vengono ricoverate in momenti di emergenza o di catastrofe ambientali: basti pensare al ruolo fondamentale avuto dai depositi nella tutela dei beni artistici, messi a rischio dai recenti terremoti che hanno colpito il centro Italia.

Deposito del Museo Archeologico di Napoli. Foto di Giuseppe Giusva Cennamo.

Luoghi di grande importanza quindi, spesso però dimenticati, ignorati o trattati alla stregua di vecchie cantine disordinate. Le ricerche stimano che su un totale di circa 55.000 musei nel mondo, il 95% del patrimonio museale si trova in deposito, a fronte di un 10% esposto.

Emerge allora chiaramente la necessità e il dovere di conoscere, conservare, tutelare, valorizzare e comunicare in spazi e secondo modalità adeguate, anche il patrimonio attualmente stipato nei nostri depositi.

Un’indagine svolta da UNESCO e ICROM nel 2011 in 136 paesi, ha evidenziato che il 60% dei depositi museali non sono in sicurezza e necessitano di una migliore gestione. Sicuramente è necessaria un’azione
di catalogazione e inventariazione dei materiali nei depositi, anche con il sussidio dell’innovazione tecnologica e dei sistemi di tracciabilità delle opere, in modo da evitare possibili furti.

Foto tratta dalla mostra “Depositi. Immagini dai musei italiani”, Museo Archeologico del Finale, Finale Ligure. Foto di Marco Lanza

Se alle sale espositive, che vengono frequentate quotidianamente dai visitatori, si riserva un adeguato sistema di pulizia, non si può dire altrettanto della maggior parte dei depositi museali. Sempre secondo l’indagine infatti, 1 museo su 5 ha dichiarato di subire infestazioni nei depositi e 1 museo su 10 di aver subito furti. Pericoli per le opere d’arte che proliferano a causa di mancanza di spazi e fondi adeguati.

Ma la situazione non è irreversibile, un cambiamento virtuoso è necessario e possibile: si tratta del progetto RE-ORG, lanciato dalla collaborazione tra ICOM e UNESCO nel 2011, già applicato in 30 paesi e in 145 musei, ognuno dotato di almeno un deposito. Per prima cosa, il progetto ha stabilito dei criteri di qualità per il deposito museale, tra cui ad esempio, la necessità di mantenere le collezioni raggruppate, la possibilità di individuare e recuperare un oggetto in massimo 3 minuti e la necessità che ogni oggetto possa essere accessibile spostandone solo altri 2.

Depositi della Pinacoteca di Brera, per Panorama d’Italia. Milano, 16 ottobre 2017. Foto di Marco Piraccini.

Nell’ambito del convegno “I Depositi museali: dalla riorganizzazione alla condivisione del patrimonio”, organizzato dall’Istituto Beni Culturali della Regione Emilia Romagna, tenutosi il 4 dicembre 2019, presso la Sala Auditorium della Regione Emilia Romagna, sono state mostrate le sorprendenti immagini del prima e del dopo di alcuni depositi museali interessati dal progetto. Dal MACRO di Rosario in Argentina, al Museo Archeologico di Quenjang in Cina, passando per il Museo del Castello di Eu in Francia, fino al museo Siemani in Iraq. Nella primavera del 2020, RE-ORG interesserà finalmente anche l’Italia, con l’Emilia Romagna come regione apri pista.

Non più parcheggio di opere, ma linfa vitale del museo e luogo della ricerca, il deposito non rappresenterà più una negazione della fruizione, sarà piuttosto, il luogo ideale della narrazione casuale, in opposizione alla logica espositiva delle sale. Nei depositi infatti, le opere stabiliscono tra di loro e con lo spettatore, relazioni inedite e sorprendenti, capaci di ispirare ed emozionare, molto più che nel percorso didattico o nella scenografia della collezione esposta. L’apertura al pubblico dei depositi, potrebbe dare luogo ad una nuova modalità di fruizione: meno curatoriale, più libera, istintiva.

Alcune testimonianze di questa nuova rotta, esistono già: al Muse di Trento, i corridoi laterali delle sale espositive, sono stati trasformati in depositi –laboratori fruibili al pubblico che può assistere al lavoro delle professionalità coinvolte nello studio degli oggetti.

Muse di Trento. Foto di Massimo Zarucco.

Grandi musei, come il Whitney o la Tate Modern, hanno dichiarato che non avranno più una collezione permanente: in una logica di maggiore fruibilità delle opere in deposito, ma anche con l’intenzione di generare un interesse continuo nei confronti dei visitatori, che li spingerà a tornare periodicamente.

Si aprono interessanti scenari all’orizzonte: un maggior ricambio nelle collezioni permanenti e nuovi spazi e modalità di fruizione per gli oggetti nei depositi, destinati finalmente ad una nuova vita. Conoscere, catalogare, studiare e comunicare le opere presenti nei nostri depositi museali, significa tutelare, valorizzare e tramandare il nostro patrimonio culturale.

In copertina: La mostra “In and out of storage” al museo Mauritshuis dell’Aja, nei Paesi Bassi. La mostra espone le opere che di solito sono nei magazzini del museo. (Koen Van Weel, Epa/Ansa) Credit

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