INTERVISTA A CARLO VANONI, DIVULGATORE NAZIONAL POPOLARE DELL’ARTE

Di Chiara Sandonato

Tempo di lettura: 3 minuti

Carlo Vanoni si trova su una panchina al sole lungo la Martesana, dove è andato a fare un giro in bicicletta. Mi dice: chiami pure, sono in un buon posto per fare una chiacchierata.

Così lo immagino lì, lungo il canale progettato da Leonardo da Vinci, tra ciclisti e corridori in allenamento, con la vista puntata sul fiume e, forse, ville nobiliari e cascine ristrutturate sull’altra sponda.

Qualsiasi luogo, per Carlo, è un buon luogo per parlare di arte: alle fermate degli autobus racconta i tagli di Fontana, mentre guida in autostrada ogni elemento fuori dal finestrino è un pretesto per divulgare un aneddoto su un artista, al teatro con la chitarra e il pianoforte, in televisione, su giornali e riviste e pubblicando saggi dal titolo provocatorio e divertente come Andy Warhol era calvo.  

Non si definisce storico dell’arte, anche se di fatto lo è, ma un narratore, un divulgatore e un traduttore, che fa da intermediario tra il contemporaneo e il nazional popolare, affinché nessuno, osservando un’opera d’arte contemporanea, possa dire ancora: “Potevo farlo anche io”.

Ciao Carlo, parliamo un po’ del tuo percorso. Tu nasci come musicista. Cosa ha determinato il cambio di rotta verso un altro “genere” di arte?

Il mio sogno era diventare un musicista, così mi sono dedicato seriamente alla musica dai 12 ai 30 anni. Poi, in questo gioco d’incontri che è la vita, ho conosciuto qualcuno che si occupava d’arte e all’improvviso è scattato qualcosa. Non essendo una persona che conosce vie di mezzo, mi sono buttato a capofitto in questo nuovo mondo.

Così hai deciso di iniziare anche degli studi orientati al mondo dell’arte. Quali università hai frequentato?

Mi sono laureato in Sociologia dei Mass Media e Comunicazione a Urbino e poi Conservazione dei Beni Culturali a Venezia, alla Ca’ Foscari.

Carlo Vanoni durante lo spettacolo teatrale L’arte è una Caramella

Cosa ti ha spinto a parlare di arte contemporanea?

Vedi, se fermassi il signore che sta passeggiando di fianco a me e gli domandassi il suo poeta preferito mi risponderà al massimo Leopardi; e se chiedessi alle ragazze sedute due panchine più avanti alla mia, il nome di un compositore famoso risponderebbero Beethoven e il loro pittore preferito sarà certamente Van Gogh. L’idea che spesso ci facciamo dell’arte, salvo qualche eccezione, è limitata all’Ottocento.

Ero stufo di sentirmi dire banalità tipo “l’orinatoio di Duchamp non è arte”, oppure che fare arte significa saper “dipingere bene”. E soprattutto che l’arte di un tempo era meglio di quella di oggi.

Cosa è cambiato a un certo punto della storia, perché l’arte è stata depositata “ai margini” della società e della vita quotidiana delle persone?

A un certo punto sono subentrati nuovi strumenti di comunicazione molto più potenti come il cinema o la fotografia e l’arte ha cambiato la sua funzione. Nel ‘500 la parola chiave era “arte”, infatti se togli al Rinascimento i suoi pittori, scultori e architetti, non è possibile comprendere quel periodo storico. Mentre se tu togli l’arte dal nostro tempo, lo puoi capire benissimo. Tu togli invece oggi l’economia, non capisci più niente. 

L’arte, per secoli, è stata la telenovela. La gente la seguiva, si appassionava. L’arte era biblia pauperum per gli analfabeti. Gli affreschi nelle chiese raccontavano storie sacre a chi non sapeva leggere: la gente andava lì e vedeva; andava lì e capiva. L’arte era mezzo di comunicazione per la Chiesa; per gli imperatori; era status symbol per i borghesi post rivoluzione francese. L’arte faceva mondo. Poi le cose sono cambiate. E l’arte è diventata una questione di linguaggio. Ci siamo persi dei passaggi… Le persone hanno cambiato canale e si sono messe a seguire altro: sport, politica, cucina, gossip. 

A proposito di arte e quotidiano, ci racconti qualcosa sul tuo ultimo libro A piedi nudi sull’arte (2019), edito da Solferino?

Certo. In questo libro racconto di una calda giornata di maggio in una città qualsiasi, mentre svolgo le attività che mediamente faccio ogni giorno. In quel periodo mi si era rotto il telefono, e allora riflettevo sulla differenza tra la foto fatta con il telefono e la fotografia di un tempo, ricollegandomi all’Impressionismo. Poi sono entrato in un negozio perché volevo comprare un paio di jeans strappati, la commessa aveva una stella rasata sulla nuca che mi ha ricordato un’opera di Duchamp. Allora inizio a parlare della body art. Verso sera, una piazza con il sole al tramonto mi ha riportato a Giorgio De Chirico e così via.. Attraverso spunti ricevuti dalle vicende del quotidiano, parto da un dettaglio e lo trasporto nel mondo dell’arte: ogni spunto della giornata mi da modo di vedere arte, antico e contemporaneo si fondono insieme.

Copertina del libro A piedi nudi nell’arte credit

Hai in cantiere un nuovo libro?

Si, ho appena finito di scrivere un nuovo libro che uscirà a breve. Non posso anticipare nulla, l’unica cosa che posso dire è che parlerà di donne.

Al grande pubblico l’arte contemporanea risulta spesso un enigma. È sospettoso, talvolta si sente preso in giro e non comprende il suo aspetto “provocatorio”. Ritieni che ogni opera che venga definita “arte” dalla critica, dalle istituzioni e dal mercato, possa essere considerata tale?

Una volta, durante una conferenza, mentre parlavo di Gina Pane, esponente della body art famosa per le sue performance in cui esplora il dolore fisico, un signore si è alzato e mi ha fatto una piazzata sbraitando che questa roba non poteva in alcun modo essere considerata arte. Per lui non era arte, fine della storia. Allora io, un po’ per provocarlo, risposi: “Neanche per me, ma la nostra opinione non vale molto. Arte e tutto ciò che in un certo periodo e in un certo luogo viene chiamata arte”.

Io dico che l’arte è come la vita: non deve per forza essere spettacolare, impossibile da rifare, piena di effetti speciali. L’arte è. Punto. E se qualcuno obietta rispondo: non sei portato per l’arte, lascia perdere. 

Carlo Vanoni

C’è un’opera o un artista che ti emoziona particolarmente, che ti piace raccontare più degli altri? 

C’è un artista cubano che si chiama Félix González-Torres, morto nel ’96, che ha realizzato un’installazione con 79 kg di caramelle. L’opera è il frutto di una tragica storia d’amore: il peso delle caramelle corrispondeva infatti al peso del suo compagno Ross, morto di Aids. Allora lui ha riprodotto il suo corpo con le caramelle, che sono qualcosa di dolce, come l’amore; e poi ha invitato le persone che entravano nella galleria a mangiare quelle caramelle che man mano diminuivano. Quindi l’installazione si sfaldava, si consumava, così come il corpo del suo compagno divorato dalla malattia. Il mucchio di caramelle veniva poi ricomposto perché alla fine chi muore, non muore mai nella mente di che lo ha amato. Questo è un modo contemporaneo bellissimo per me per parlare dell’amore e della perdita.

A quest’opera ho dedicato uno spettacolo teatrale che si intitola: L’arte è una Caramella. 

Carlo Vanoni durante lo spettacolo teatrale L’arte è una Caramella

Ci puoi rivelare l’ingrediente segreto della tua ricetta per raccontare l’arte in modo così “appealing”?

La mia passione. La passione è il traino di tutte le cose. Come quando a scuola c’era il professore che ti raccontava la sua materia con gli occhi che luccicavano, ti coinvolgeva, ti trasmetteva qualcosa.

Poi ovviamente la semplicità, che non è banalità, ma riduzione di complessità. Se dico “l’oggetto decontestualizzato crea un cortocircuito semantico” lo capiscono in 18; se dico che una bicicletta dentro una biblioteca suscita in noi un certo stupore, lo capiscono in 180. Se parlo dell’astrattismo di Kandinskij, lo faccio sedendomi al pianoforte, perché la musica è linguaggio astratto.

La comunicazione deve essere composta da due elementi fondamentali: il sapere e il sapore. Se metti solo il sapore, ottieni puro intrattenimento, privo di sostanza. Se c’è solo il sapere, invece, è una conferenza e può anche annoiare. Se unisci entrambi, viene fuori qualcosa di pontentissimo. 

In copertina: Carlo Vanoni. Credit

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