Giusy Vena at LACMA, Los Angeles

ART SHARER: GLI INFLUENCER DELL’ARTE. INTERVISTA A GIUSY VENA aka LESS IS ART

Tempo di lettura: 4 minuti

Generalmente, quando si parla di influencers si pensa sempre al settore della moda, ad una consequenziale evoluzione della figura del fashion blogger; mentre per il settore travel, food&beverage, editoria ecc. si parla ancora di blogging, come se non bastasse un semplice scatto su Instagram per influenzare i follower a visitare un borgo, scegliere una trattoria di Santa Maria Rezzonico o leggere un romanzo di André Aciman che non sia Call me by your name.

Ma avete mai sentito parlare di Art sharer?

I social media hanno il merito di aver spianato la strada per strappare ad un’idea di soporifero salotto elitario il mondo dell’arte.

Questo soprattutto attraverso la personalità dell’art sharer, chi consacra il proprio profilo social – soprattutto Instagram – alla divulgazione artistica, scardinandola dall’accademismo e condividendo contenuti che informino e coinvolgano gli utenti. Dunque, né una didascalica enciclopedia social dell’arte, né una carrellata di scatti di tele, pinacoteche e musei.
Ma è davvero tutto qui? Basta questo per potersi considerare un divulgatore digitale?

Abbiamo fatto quattro chiacchiere con una
art sharer

Less is Art, al secolo Giusy Vena, con 4.638 follower su Instagram e quasi 15.000 su TikTok, si definisce predicatrice di arte contemporanea in parole povere.

Ventiseienne, nella vita è una studentessa di storia dell’arte con una grande passione per la fotografia e il digital. Laureata in Valorizzazione dei beni culturali, considera i social media un mezzo fondamentale per vincere lo scetticismo nei confronti dell’arte contemporanea; da qui il suo progetto, attraverso il quale ogni giorno divulga arte contemporanea – anche in collaborazione con gallerie, fiere d’arte e aziende del settore – dando sempre una lettura tutta personale, fresca e genuina.

SI COMINCIA!

Ciao Giusy! Innanzitutto, grazie per aver accettato il nostro invito a condurci nel tuo mondo di art sharer. Veniamo subito al dunque: perché hai intrapreso questa strada? Come ti è venuta questa idea? E perché proprio attraverso Instagram?

Grazie a voi per l’invito!

Tre anni fa per un esame universitario ho aperto un blog di fotografia minimalista dal nome Less is art. Condividevo sul blog e sui social – Facebook, Instagram e Pinterest – fotografie minimaliste, la storia dei loro autori e dei loro progetti fotografici.
Andava piuttosto bene, ma sentivo che volevo fare di più, il minimalismo cominciava a starmi stretto. Ho pensato di ampliare il progetto verso l’arte contemporanea, tema che ho molto a cuore da sempre. Instagram è stato il primo social a cui ho pensato perché mi permetteva di realizzare diversi tipi di contenuti (video, foto, stories e testi) che potevano raggiungere tanti giovani ragazzi come me.

Da circa un anno sei attivissima anche su TikTok; come sei approdata sulla piattaforma di ByteDance?

Ho avuto il primo contatto con la piattaforma grazie a mia nipote di dodici anni che mi ha coinvolta in uno dei suoi balletti. Tutti in quel periodo parlavano di TikTok, così mi sono iscritta per curiosare. Oltre ai balletti, ho trovato qualche contenuto informativo di attualità, psicologia e addirittura grammatica, ma nessuno di arte. Ho pensato che sarebbe stato interessante sperimentare la divulgazione dell’arte su Tiktok con un pubblico più giovane.

Cosa serve per rendere pop e accattivante il mondo dell’arte sui social?

Ci sono tanti modi, dai meme ai video trash. Ma non bisogna tralasciare il valore educativo per l’intrattenimento e lo svago. Personalmente, cerco di semplificare a parole mie concetti complessi, sfruttando gli strumenti che le piattaforme come Tiktok e Instagram mettono a disposizione, rimanendo sempre me stessa e dando il mio particolare punto di vista.

Come si è arrivati a definire la figura dell’art sharer? Perché il mondo dell’arte e della cultura ha bisogno di questa figura professionale ed appassionata?

La figura dell’art sharer è piuttosto recente, l’avvio probabilmente è stato la liberalizzazione della fotografia nei musei e la crescente presenza dei social nelle nostre vite.

Non si tratta però di condividere solo fotografie. Noi art sharer siamo solitamente esperti d’arte o professionisti del settore, oltre che degli abili comunicatori. Considerando che oggi la maggior parte delle persone si informa (e si forma) attraverso i social, penso che questa nuova professione sia oramai indispensabile.

Secondo te il ruolo dell’art sharer può spingere verso una nuova e prolifica forma di valorizzazione del patrimonio culturale italiano? Qual è il valore aggiunto che porta un art sharer?

Senza dubbio. Un bravo art sharer è capace di creare un rapporto di fiducia con la propria community. Posizionandosi come esperto di arte e coltivando quotidianamente questo rapporto, porta gli utenti a fidarsi dei suoi consigli e suggerimenti su musei, mostre, libri, ecc.
Di conseguenza, coinvolgendo uno o più art sharer nella strategia di comunicazione di un museo, si può migliorarne l’immagine e ampliare il pubblico di riferimento, oltre che diffondere la conoscenza del patrimonio culturale.

Il mondo dell’arte – molto spesso considerato di nicchia ed elitario – è pronto per gli art sharer? E la società in generale? Penso soprattutto ai giovanissimi.

È sbagliato pensare che le persone non siano interessate all’arte, in particolare i giovanissimi. Su Tiktok vedo ogni giorno tantissimi ragazzi curiosi e soprattutto motivati a studiare l’arte, magari farne una professione.
Trovo che invece il mondo dell’arte sia un po’ meno motivato ad accogliere questa nuova professione; ma è solo questione di tempo. Ci sono alcune realtà che hanno già sperimentato positivamente collaborazioni con art sharer.

Come credi sia cambiato e stia cambiando il modo di raccontare l’arte? Potrà evolversi in qualcosa di diverso? Soprattutto, quali sono i riscontri del pubblico?

Ci sono diversi modi di comunicare l’arte; c’è quello più formale ed istituzionale, adatto per cataloghi, uffici stampa, ecc., e quello più fresco e amichevole destinato a social come Tiktok. Nessuno dei due è più importante dell’altro, hanno solo finalità e impieghi diversi. Naturalmente, se l’obiettivo è quello di avvicinare pubblici nuovi e giovani all’arte, opterei per il secondo. Entrambi avranno modo di convivere pacificamente, ognuno nel proprio contesto di riferimento.

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L’arte è sessista? ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ Sicuramente oggi lo è molto meno di cinquant’anni fa. ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ E per questo dobbiamo ringraziare un’artista, Carla Accardi. ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ Unica donna firmataria nel 1947 del Manifesto del gruppo Forma 1, divenne madre dell’arte astratta in Italia. ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ In pochi sanno che Accardi fu una delle fondatrici di "Rivolta Femminile", uno dei primissimi gruppi femministi italiani. ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ Ha sempre cercato di rivendicare il ruolo della donna all'interno di un sistema dell'arte maschilista e patriarcale. ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ La critica ha individuato nel suo segno pittorico, fatto di contrasti netti e differenze, il simbolo dell'alterità femminile. ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ Rossonero (1967) che vedete in foto, ne è un esempio. ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ Cosa vi suscita quest'opera? Conoscevate il lato femminista di Carla Accardi? ⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀⠀ #lessisart #carlaaccardi #femminismo ⠀⠀⠀⠀⠀⠀ ______________________________ #astrattismo #pitturamoderna #fondazioneprada #oldmaster #arteitaliana #artistacontemporaneo #divulgazionedarte #scultura #arteroma  #artemilano #milanoart #abstractworld #romeart #arteastratta #fondazionepradaMilano #igermilano #girlsinmuseums #artecontemporaneaitaliana #museitaliani #capolavori #italianart #contemporary_art #milanoarte #operedarte @girlsinmuseums

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Si è discusso molto quest’estate dei fenomeni Mahmood e – soprattutto – Ferragni nei musei; l’abbiamo fatto anche noi. Tu cosa ne pensi?

Ben vengano iniziative di questo tipo. Penso però che se l’obiettivo fosse la valorizzazione del patrimonio culturale, si sarebbe potuto sfruttare meglio un’occasione simile. Invece di limitarsi ad un paio di scatti davanti ad un’opera d’arte, sarebbe stato interessante qualche video-intervista o comunque contenuti più creativi per andare più nel profondo, meno legati alla sola apparenza.

In copertina: Miracle Mile, Robert Irwin – LACMA, Los Angeles. Credit Giusy Vena.

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