ARTE E PSICHE: L’OPERA “È PIÙ DELLA SOMMA DELLE SUE PARTI”

Di Lucia Sandonato

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Quale legame unisce l’arte all’inconscio umano, alla memoria e alla psiche?

Le neuroscienze offrono oggi strumenti piuttosto rigorosi per accedere alla mente, quindi all’interiorità, una dimensione non facile da studiare e da comprendere, non potendo essere oggetto di osservazione diretta.  

È lecito chiederci se gli artisti, ai giorni nostri, possano cooperare con gli scienziati per spiegare il modo in cui la realtà esterna ci stimola e ci impressiona, e, al contempo, il modo in cui rispondiamo, interpretando tali segnali.

 Jackson Pollock, No.5, 1948 credit

Con questi quesiti si confronta Eric Kandel, uno dei maggiori neuroscienziati sulla piazza, che ha apportato grandi contributi con i suoi studi sulla memoria. La sua attenzione è stata richiamata soprattutto da quegli artisti che hanno adottato un approccio riduzionista, decidendo di non rappresentare la pienezza della realtà, mettendo in risalto alcune parti di essa, solo certi dettagli, pochi aspetti. L’astrattismo, che ha cominciato ad affermarsi in epoca moderna, per conoscere grande fortuna fino ai giorni nostri, si basa sull’uso di linee, forme, segni grafici, sull’impatto dei colori sul nostro occhio. Tutti questi elementi essenziali, che noi sintetizziamo attraverso una o più operazioni mentali, dando vita ad una  percezione, non sono altro che i dettagli della realtà esterna, scomposta, frammentata, non data nel suo insieme.

L’opera d’arte viene quindi creata non solo dalla mano dell’artista, ma dal fruitore, che riesce a leggerci qualcosa grazie, dicono gli esperti, alle esperienze incamerate nella memoria che hanno forgiato delle immagini verosimili del mondo circostante.

Mark Rothko, Violet, Black, Orange, Yellow on White and Red, 1949

Quando siamo davanti ad un’opera astratta, elaboriamo le informazioni secondo un processo top-down, giungiamo a un che di completo e compatto partendo da pochi e disparati elementi. Così il significato dell’oggetto prende vita da una proiezione della nostra mente.

Questo percorso informativo affonda radici già nella modernità, nel Romanticismo, con William Turner (circa metà dell’ ‘800), che utilizzava linee non marcate, e creava un efficace contrasto tra luce e ombre. I contorni quindi restavano poco definiti, stimolando l’attività cognitiva del fruitore.

Joseph Mallord William Turner, Pioggia, vapore e velocità, The Great Western Railway, 1844, National Gallery credit

A partire da Turner è possibile tracciare una linea fino agli impressionisti, amanti dei colori tenui e dei tratti morbidi, e ai primi movimenti dell’astrattismo con linee non ordinate sistematicamente, ad esempio quelle del celeberrimo Vassily Kandisky.

Monet, Le Ninfee, Musée Marmottan-Monet, Parigi, 1916-1919 credit

Tuttavia, per quanto il legame tra cognitività e arte astratta risulti oggi interessante, fondamentale è anche l’espetto emozionale, che poi fa parte a pieno diritto della dimensione interiore dell’essere umano. Gli artisti offrono indubbiamente un contributo significativo nella società odierna.

Vassily Kandinsky, Composizione VII, Galleria Tret’jakov di Mosca, 1913 credit

Ma, parlando di emozioni, non è forse stato sempre così?  Non ha l’arte da sempre impressionato il fruitore, come diceva Kant, spingendolo verso il Sublime, verso ciò che è sotto la soglia del facilmente comprensibile, garantendo che egli si innalzasse, che trascendesse questa realtà? Turner ha spinto i nostri processi cognitivi, ma le sue tempeste e le sue burrasche, che, nonostante i tratti scontornati sono una pienissima manifestazione della forza della natura, non ci ha forse anche regalato attimi di pura emozione e, perché no, di turbamento? L’arte classica e, a ripresa, quella neoclassica, non hanno innescato sogni e serenità che solo le linee ordinate, simmetriche, coerenti possono garantire? 

Joseph Mallord William Turner , The Burning of the Houses of Lords and Commons, 1834 

Si cerca di dire che l’arte astratta non realizza la sua pienezza con la sola
mano dell’artista. Che il processo sia top-down, o, al contrario, bottom-up, le nostre percezioni saranno comunque influenzate dagli schemi esperienziali della memoria e, allo stesso tempo, dal nostro stato d’animo, dalle nostre visioni e, chissà, verosimilmente, dalle nostre aspettative.

Ogni opera d’arte è non solo un ponte temporale ma anche un ponte tra la mano di chi realizza e l’occhio di chi fruisce.

In copertina: Kandinsky, Jaune Rouge Bleu, 1925, credit

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