COVERART #8: LA RIVOLUZIONE DELLA COVERART DI STORM THORGERSON E DEI PINK FLOYD

Di Luca Panelli

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This man designes half of your record collection”. Così recitava la locandina della mostra personale di Storm Torgherson alla Babylon Arts gallery di Ely nel Cambridgeshire. Se apprezzate la musica nella sua totalità avrete visto, e probabilmente ascoltato, almeno una volta un disco con una cover ideata da questo artista.

Thorgerson era un fotografo e designer inglese che faceva parte dello studio, specializzato nella creazione di copertine per dischi, chiamato Hipgnosis. Con lui, facevano parte di questo collettivo anche Aubrey “Po” Powell e successivamente Peter Christopherson. Questo gruppo di artisti è stato responsabile di almeno duecento tra le più iconiche copertine della storia del rock fino al loro scioglimento nel 1983. Il loro stile era prevalentemente fondato sulla fotografia a tema evocativo-surreale e sull’alterazione delle composizioni e la manipolazione delle pellicole, rendendoli dei pionieri del contemporaneo photoshopping.

Storm Thorgerson nel suo studio. Credits.

Nell’elenco delle loro creazioni spiccano dischi di band impareggiabili come Led Zeppelin, T. Rex, Black Sabbath, Bad Company, AC/DC, Paul McCartney & Wings, Genesis e Electric Light Orchestra e soprattutto l’intera discografia dei Pink Floyd. Il loro apporto artistico all’industria musicale ha permesso il passaggio, dalla metà degli anni Sessanta in poi, dalle copertine con solo la foto dell’artista e il titolo del disco alle rappresentazioni più libere e creative a cui tutti siamo abituati.

Dopo lo scioglimento del gruppo, Storm Thorgerson continuò a creare copertine fino alla sua morte, nel 2013, avvicinandosi anche a band più contemporanee, i cui membri erano cresciuti ispirandosi e ascoltando quegli stessi dischi degli anni Settanta su cui lui aveva lavorato. Tra queste band ci sono Muse, The Mars Volta, Audioslave e Biffy Clyro. La lista di tutti i suoi lavori è lunghissima e vi consiglio di andare a sbirciare l’elenco intero per venire sorpresi dalla quantità di classici presenti.

Alcune delle copertine realizzate da Storm Thorgerson. Credits.

Il nome dell’artista inglese è però legato indissolubilmente alla band connazionale dei Pink Floyd. Egli iniziò a collaborare con il gruppo nel 1968 a partire dal loro secondo album: A Sourceful of Secrets, l’album di transizione tra la Barret e Gilmour. Thorgerson era, infatti, amico di infanzia di David Gilmour, l’allora nuovo membro del gruppo. È proprio grazie a questa conoscenza e fiducia che venne permesso all’allora duo Hipgnosis di creare quella copertina e di distanziarsi, per la seconda volta nella storia (primi i Beatles), dalle scelte creative forzate dalla casa discografica rispetto al concept di una cover.

Thorgerson con David Gilmour e Roger Waters. Credits.

Da allora la collaborazione non si è mai fermata, album dopo album, decennio dopo decennio. Due dischi, a mio parere, sono le opere di Thorgerson e i dischi dei Pink Floyd che rappresentano di più l’iconicità di entrambe le anime creative, musicale e visuale, di questi artisti.

Il primo LP è The Dark Side of the Moon, la cui cover è forse uno dei simboli più rappresentativi della musica rock nella cultura popolare mondiale. È un concept album che esplora i temi esistenziali di tempo, morte, conflitto personale e follia. La sua profondità dei testi va di pari passo con lo stile delle composizioni che è spesso etereo e psichedelico come nei brani Time e Us and Them, ma rimane sempre accattivante e mai banale come ci ricorda la famosissima Money. The Dark Side of the Moon, non ha sicuramente bisogno di altre descrizioni in quanto è un disco che finisce sempre nelle vette delle classifiche dei migliori album di sempre, con indiscutibile merito grazie alla sua coesione e grandiosità a livello musicale.

Storm Thorgerson, copertina per The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd (1973). Credits.

La memorabilità della sua copertina che raffigura con estrema sintesi il fenomeno della rifrazione della luce attraverso un prisma su un semplice sfondo nero è, dunque, solo la ciliegina sulla torta. Se non lo avete mai ascoltato per intero è un vostro “dovere” porre rimedio a questa lacuna.

Il secondo disco che ritengo essenziale per rappresentare questa unione tra artisti è Wish You Were Here. Nono album del gruppo, il successivo al sopracitato, è anch’esso un album che racchiude temi complessi tra cui l’alienazione, la critica all’avidità del business musicale veicolandoli in alcuni dei loro singoli più di successo quali Wish you were here, Have a Cigar e Shine on you crazy diamond. Anche questo progetto è passato alla storia come uno dei dischi più osannati della discografia della band londinese, venendo acclamato prima dal pubblico e con gli anni anche dalla critica.

Storm Thorgerson, copertina per Wish You Were Here dei Pink Floyd (1975). Credits.

La sua copertina rappresenta due uomini che si stringono la mano in mezzo a una strada del complesso dei Warner Bros. Studios in Burbank, mentre uno di loro sta però sta andando a fuoco. Questa immagine rappresenta sia l’idea che le persone tendono a nascondere i propri reali sentimenti, per paura di rimanere “scottati” che il concetto di “getting burned”, un modo di dire di uso comune nell’ambito della discografia, spesso utilizzato per artisti che avevano ottenuto grossi fallimenti. Inoltre il simbolismo della gestualità vuota della stretta di mano viene ripreso nel packaging originale del vinile, in quanto veniva venduto impacchettato in un imballaggio nero opaco con sopra un adesivo di una stretta di mano tra due appendici robotiche.

Design delle mani robotiche ispirate alle canzoni Wellcome to the Machine e Have a Cigar. Credits.

Entrambi gli album esemplificano come la capacità di scrittura dei due principali autori, Gilmour e Waters, abbiano rappresentato un punto di svolta per la musica rock e autoriale in genere influenzando tutte le generazioni di musicisti e ascoltatori dalla metà degli anni Settanta in poi. Allo stesso modo si può affermare che il lavoro di studio e ricerca artistica a livello fotografico di Storm Thorgerson e dello studio Hipgnosis siano stati anch’essi la chiave di svolta per l’espressione artistica e visuale mediante l’uso delle copertine dei dischi, uno degli oggetti di cultura di massa più diffusi e comuni.

In copertina: Storm Thorgerson, copertina per The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd (1973). Credits.; Storm Thorgerson, copertina per Wish You Were Here dei Pink Floyd (1975). Credits.

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