FRANCO VACCARI A BOLOGNA. MIGRAZIONE DEL REALE

di Annalisa Biggi

Tempo di lettura: 2 minuti

“Così continuiamo a remare barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”.

Francis Scott Fitzgerald, Il grande Gatsby

È un white cube trasformato in senso fortemente onirico quello della Galleria P420 che espone una mostra personale di Franco Vaccari. Lo spazio, appositamente libero da ogni vincolo con l’esterno – con vetri e porte completamente oscurati – vuole perdere ogni punto di raccordo con il rumoroso traffico cittadino, accogliendo in spazi bui e silenziosi, apparentemente vuoti. 

Franco Vaccari, Sogno del 25.9.88, 2017, tecnica mista e stampa fotografica su tela (dittico), 70 x 100 cm

Bastano questi piccoli accorgimenti a garantire alla Galleria una percepibile aura di sacralità, che è in grado di per sé di fornire un’esperienza catartica, riportando al grado zero della percezione, alla zona nebulosa ai limiti del conscio. L’azzerazione percettiva, però, cede il posto in fretta alla “crisi” dei sensi (dal greco krino – separo, discerno), che l’incontro con le opere di Vaccari comporta. È effettivamente, etimologicamente, una crisi quella che queste opere riescono a suscitare: una separazione fra i sensi che, sciolti, si trovano ad agire singolarmente. L’artista sembra infatti non voler ottenere un’esperienza sintetica, bensì un’attivazione prudente dei nostri veicoli di decifrazione dell’esterno, che sono spinti ad agire in modo attento e calibrato. Ad essere maggiormente coinvolta è la vista, colpita inizialmente dai fasci di luce che, uno per uno, alla presenza del nostro corpo, scaturiscono dalle pareti illuminando quadri precisi e indecifrabili allo stesso tempo.

Franco Vaccari, Sogno del 3.05.86, 2017, tecnica mista e stampa fotografica su tela, 80 x 60 cm

Narrazioni, stesure su quaderni di sogni raccolti dall’artista a partire dagli anni ’80: annotazioni puntuali e sistematiche, ma allo stesso personali, anche troppo private per essere comprese e per permettere all’osservatore un approdo, un legame con un mondo, seppur onirico, esterno al “non spazio” in cui si trova. Parole e schizzi, riprodotti tramite la stampa fotografica su tele, religiosamente poste su muri immacolati, lasciano una porta aperta in un mondo nel quale non si hanno abbastanza strumenti per entrare. Si rimane così ad osservare, da uno spiraglio, l’interiorità altrui, sospinti con maggior forza nella propria. 

 Franco Vaccari, Migrazione del reale, Bologna 2020. Foto di Carlo Favero CREDIT

L’inabissamento risulta completo nell’ultima sala espositiva. Una stanza sgombra, drammaticamente vuota e bianca sulla cui parete di fondo il video di un asteroide che vaga nello spazio sembra suggerire che non c’è più – a patto che ci sia stata – una grande differenza fra il personale, l’estrema individualità, e lo spazio sconfinato che circonda ogni “io”. In ciascuna piccola monade c’è tutta la vastità dell’universo. Così l’artista sembra suggerire ai naviganti che quello che si sta cercando al di fuori del sé – l’unica certezza che sembra non poterci abbandonare mai – è la stessa sconfinata profondità che custodiamo e nella quale di tanto in tanto siamo così fortunati da poter fare capolino.

Franco Vaccari, Oumuamua (Messaggero che arriva per primo da lontano), 2020, video installazione, 5’15’’.

MIGRAZIONE DEL REALE

Dal 23 gennaio al 21 marzo 2020

Franco Vaccari. Migrazione del reale

P420, Via Azzo Gardino 9, Bologna

In copertina: Franco Vaccari, Oumuamua (messaggero che arriva per primo da lontano), 2020, video installazione, 5’15’’ (courtesy credit ESO/M. Kornmesser, USA)

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