FUGA NEL MONDO ASTRATTO. INTERVISTA A MARCO WILME

Di Chiara Sandonato

Tempo di lettura: 3 minuti

Vi è mai capitato di chiedervi cosa si nasconde dietro a un dipinto astratto? Quel desiderio pungente di ricondurre un fantasioso gioco di colori a forme a noi note e confortanti? Per Marco Wilme (1979) il colore è pilota delle emozioni e della percezione: un racconto di tinte e toni può essere interpretato da chi osserva in modo personale, filtrato dalla propria sensibilità emotiva, a patto che, alla fine, un frammento dell’artista raggiunga l’anima dallo spettatore.

Ciao Marco, ti va di raccontarci come e quando hai deciso di intraprendere la carriera da artista?

Questa è una domanda difficile, che fa vibrare le corde sottili tra l’essere un artista e l’essere riconosciuto come tale.  Anche quando non si è presenti in modo attivo nel mercato dell’arte, in qualche modalità si rimane comunque coinvolti; questa è una piccola verità.

Personalmente, non ho mai pensato di intraprendere la “carriera dell’artista”, forse perché diventare artisti è più un percorso naturale, che comincia già durante gli studi in Accademia con alcune prime esposizioni collettive. Non c’è un vero inizio. Il tuo percorso diventa professionale, se così si può dire, quando nel mercato dell’arte nasce un interesse verso ciò che fai. Tutto dipende da quali obiettivi ti poni nel momento in cui decidi di manifestare, con i mezzi ed i canali per fare arte, laddove questa è, e rimane pur sempre un mezzo espressivo e di comunicazione. 

Io per esempio, non avevo alcun obiettivo quando ho intrapreso il mio percorso indipendente; cominciai a pubblicare online solo per farmi conoscere e per vedere anche quali erano le reazioni a ciò che personalmente proponevo.

Marco Wilme, Creack , 2016, Oilo su tela

“Marco Wilme” è il tuo nome anagrafico o un nome d’arte? Se la seconda, perché l’hai scelto?

Wilme è il mio nome d’arte, scelto per ovviare al problema del mio cognome, molto diffuso. Un pomeriggio del 2013, visti i soliti problemi di omonimia, intuitivamente e senza pensare, presi il secondo nome di battesimo di mio padre per identificarmi nell’ambito artistico. Insolito ma unico, e poi, non si sa come, arrivarono risvolti e risultati positivi.  Non ci sono altri artisti al mondo che si chiamano così, sono l’unico.

Hai dedicato molti anni della tua vita alla tecnica dell’incisione, per poi diventare nel 2013 un artista indipendente nell’ambito della pittura. Come è avvenuto questo passaggio? E che rapporto ha la tua personalità con queste due tecniche apparentemente opposte? 

Mi chiedi di un salto tecnico che in realtà per me non esiste. Poi dipende dalla flessibilità e dalla scuola che sta dietro ogni mano creativa.

Come già detto in altre situazioni, aver la giusta dimensione spazio-temporale necessaria è importante. Non a caso, ogni tecnica pittorica possiede approcci diversificati nel tempo e gli stessi, infine, sono empirici nella libertà che trovano in ognuno di noi.

L’interpretazione sfuma. Infatti, a seconda delle nostre sensibilità, un artista utilizza un mezzo piuttosto che un altro, nella padronanza espressiva che vuol raggiungere in quel determinato momento. Oggi il supporto è la tela, ieri la carta, ma non vi è differenza in sostanza, sono decisioni subordinate alla scelta espressiva. Ho realizzato incisioni fuori formato in passato, quindi che differenza ci potrà mai essere nel realizzare, oggi, una tela di dimensioni considerevoli? Nessuna.

Marco Wilme, Al Momento, 2020

Quale luogo prediligi per dedicarti alla pittura? Se ti va, descrivi brevemente il tuo atelier.

Nel tempo, poco per volta, dalla cantina iniziale sono passato ad avere uno Studio-Atelier, vista l’esigenza lavorativa. Tutta l’attività, dalla preparazione dei supporti all’atto del dipingere, in sostanza ciò che è il mio lavoro in ambito artistico, lo svolgo in studio. Uno spazio con la presenza di luce naturale, dove sono sempre in compagnia dei miei due gatti e nella massima tranquillità per realizzare. 

Ritengo opportuno che ogni situazione debba avere lo spazio e la propria dimensione accompagnati dalle energie necessarie per interagire nel modo appropriato. Sovrapporre le dinamiche nella vita non è certamente benefico.

Marco Wilme, Bagliori, 2020

Ti definisci un pittore astratto? Se sì, cosa rappresenta l’astrattismo per te?

Al momento attuale si, mi definisco un pittore astratto. 

Quando cominciai a divertirmi con i colori, a sperimentare per gioco, mi sono ritrovato a raccontare ciò che poteva essere un’evasione, un intento interiore, uno spunto o qualsiasi suggerimento proveniente dalla realtà circostante. Mi piace il colore, l’impatto delle tinte che hanno forza sul campo della percezione, dove magari nell’elaborato pittorico che realizzo, racconto “qualcosa”, che poi l’osservatore in modo espressivo e fantasioso interpreta secondo la propria sensibilità visiva. Il risultato è vario. 

L’astrattismo è un campo opposto alla realtà figurativa, se vogliamo dirla così: nel primo si trova una sintesi di libertà assoluta in cui i canoni e i parametri essenziali dell’arte figurativa, per necessità si perdono completamente.

Ma entrambi hanno un unico punto comune, quello primario: l’artista che si esprime, deve cercar di far vivere l’opera, questo sia chiaro

– marco wilme

Marco Wilme, Opera non titolata, 2020

Nella tua formazione, prima di approdare al mondo astratto, hai attraversato una fase pittorica orientata al figurativo?

Certo, disegno dai tempi del liceo e quindi l’epoca realista l’ho affrontata, eccome. La mia formazione è quella improntata per l’ingresso diretto in Accademia. Vecchio liceo, con le due sezioni: Artistico e Culturale. Quindi di matite ne ho consumate, come china e acquerelli. A Brera, durante i corsi e le lezioni, all’epoca, era possibile lavorare molto in sede, anche se poi non vi riuscivo per via del lavoro con cui mi mantenevo. Va detto che c’era più apertura al dialogo e al confronto perché tutto era più improntato sul formare e fornire conoscenza, non informazione, come oggi. Parliamo del 1999, quando tutto aveva un’altra dimensione, dove la vita possedeva una consapevolezza diversa rispetto ad oggi. Non mi è rimasto neanche un lavoro che testimoni quel periodo, venduti tutti.

La vita aveva una magia diversa rispetto a oggi, che per quanto dinamica è meno accogliente, anche su ciò che può trovare utile applicazione

Marco Wilme, Viola Improvvisato, 2020

Come realizzi le tue opere? Prima di prendere in mano il pennello crei nella mente un progetto preciso oppure agisci in maniera impulsiva, sulla scia delle tue emozioni?

Dipende, può succedere che abbia una bozza d’immagine in testa, oppure l’esatto opposto: nulla.

Il più delle volte ho la scala dei colori con i quali voglio interagire, per dar seguito al concetto dell’emozione; mentre i gesti, intendo quelli impulsivi, vanno gestiti in modo razionale, perché costituiscono le linee e la forza del gioco coloristico che plasma l’opera. Parliamo di energie in movimento e qui, mi esprimo in modo chiaro, ci sono artisti che percepisci nelle loro opere e altri no, perché semplici esecutori.

Un frammento di un Qualcosa dell’artista, deve essere percepito dallo spettatore finale. E’ normale che nell’opera entri lo stato d’animo dell’artista, a parer mio, poi ognuno in merito ha la propria visione e, uso questo termine – visione – anziché pensiero, altrimenti il senso dell’affermazione sarebbe limitato. A esser sincero i lavori più belli, a detta di qualcuno, sono quelli che alla fine sono venuti dal nulla, giocando con un’interazione diretta al momento. 

Marco Wilme, Summer Sunset, 2020, olio su tela

In certe opere sembra quasi che sotto una “coltre” di colore dalle sfumature brillanti, si celi qualcosa: forme dai contorni sfuocati, appannati e poco nitidi; paesaggi naturali sublimi; figure che si agitano, tentano di liberarsi o di emergere. È possibile?

Il bello della libertà interpretativa dell’osservatore, si percepisce nella curiosità della tua domanda, che contiene un contenuto parziale della risposta. Nell’astratto vi è la magia della libera percezione, in assoluto, che sfuma in modo meravigliosamente diverso per ogni individuo, plasmando questo bel gioco legato all’impatto che trova in ogni spettatore. Affiorano sfumature del lavoro che probabilmente, inconsciamente, traslano nell’atto pittorico della memoria realista che è stata la mia primigenia matrice. In sostanza, da parte mia non c’è nessun tentativo di raccontare il reale, ma sono gli spettatori che intravedono ciò che mi chiedi, perché l’opera si presta a molteplici interpretazioni dettate dalle diverse sensibilità emotive. Ognuno a specchio vede ciò che sente nella propria magia emotiva, trovando poi una percezione interiore che apre le porte alla fantasia. 

Hai in cantiere qualche progetto artistico per il futuro?

Senza raccontare “i perché” e “i per come”, mi sto muovendo in modo indipendente, nel senso assoluto, partecipando anche ad alcune mostre, per gallerie molto accreditate, negli Stai Uniti. Attualmente, sono proiettato a vivere rapporti professionali, in situazioni al dì fuori del panorama italiano.

In copertina: Marco Wilme, Barlumi.

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