IL FEMMINISMO DI CARLA ACCARDI AL MUSEO DEL NOVECENTO

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A poche settimane dalla “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” – con i suoi riflettori puntati alla condizione femminile – è ancora più sorprendente osservare il percorso artistico e personale di Carla Accardi.

L’artista, infatti, a cui è stata recentemente dedicata una mostra monografica al Museo del Novecento di Milano, non è stata determinante solo per il contributo alla diffusione dell’astrattismo in Italia, ma anche per l’impegno politico nei gangli della lotta femminista degli anni ’70. Unica donna appartenente al gruppo astrattista e marxista Forma 1, Accardi ha saputo davvero tessere le due dimensioni, secondo quanto previsto dal celebre slogan “il personale è politico”, sviluppatosi proprio in quegli anni.

La sua ricerca non è stata mai effettivamente disgiunta dall’attivismo, sfociato nella creazione del gruppo “Rivolta Femminile” nel 1970. Il tutto reso possibile da un’arte, la sua, che racchiude l’intimità di un segno lasciato lavorando a stretto contatto con l’opera e il richiamo all’attenzione su ancora calde problematiche di genere.

“Carla Accardi. Contesti”. Museo del Novecento, Milano.

Cosa significa essere artista oggi? Cosa significava essere artista – donna – negli anni Settanta? Si ha l’impressione che non troppi passi avanti siano stati fatti da allora. Prova quantomeno a illuminare qualche angolo buio la rassegna “I talenti delle donne”, promossa e coordinata dall’Assessorato alla Cultura, a cui inerisce la mostra Carla Accardi. Contesti, curata da Maria Grazia Messina e Anna Maria Montaldo con la collaborazione di Giorgia Gastaldon.

La retrospettiva si propone di analizzare le varie fasi della carriera di Accardi, allargando l’orizzonte al contesto, per l’appunto, a quel rapporto di do ut des che ha caratterizzato i suoi quasi 50 anni di arte. Nella sequenza cronologica che organizza la successione delle sale, si può invero percepire il clima artistico che, dagli anni Quaranta fino al Duemila, è stato humus e palcoscenico per l’artista trapanese.

La mostra

Dalle prime opere esposte, si evince come le sue sperimentazioni siano inizialmente all’interno di quello che si può definire un “astrattismo organico”, frutto dei rapporti con artisti come Achille Perilli e Pietro Consagra.

Carla Accardi, Verde blu, 1949. © Carla Accardi, by SIAE 2020.

Malgrado l’iniziale legame con il dato esterno, il segno astratto dell’alfabeto personale di Carla Accardi si libera presto da ogni vincolo, per apparire – rimpicciolito – in tele di straordinaria potenza, a partire dalla prima metà degli anni Cinquanta. I colori si riducono ad un contrastato bianco nero, memore di ossimoriche battaglie tra dualità inconciliabili. Un occidentale Jin e Jang, che porta con sé questioni personali e sociali e rivela parallelamente l’influenza del compagno artistico e marito Antonio Sanfilippo. Tale rapporto di completa reciprocità fra i due diventa più evidente nel corso del decennio, quando le tele di Accardi si ampliano in contrasti che si fanno più sistematici nei cosiddetti “Settori” e “Integrazioni”.

“Carla Accardi. Contesti”. Ph. Roberto Pini.

La variazione tonale ritornerà ricca negli anni ’60 e sarà contraddistinta da una traccia ancora più piccola leggera sullo sfondo, tale da creare vibrazioni – un po’ Optical – che animano la tela e la nostra percezione di essa.

La comparsa del sicofoil

Tuttavia, il vero punto cruciale, nella sua carriera così come nell’esposizione, è segnato dalla comparsa di un materiale innovativo, preso in prestito dall’industria: il sicofoil.

I fogli trasparenti di acetato di cellulosa, che all’epoca venivano venduti a rotoli, diventano per Accardi occasione per rompere la dimensione immersiva della tela aprendola allo spazio circostante. Il testo composto da un linguaggio di segni che ricorre nelle sue opere, così, si complica interagendo con spazio in cui è collocato: il “con-testo” per l’appunto. La trasparenza del supporto, infatti, implica la fisica partecipazione di elementi esterni all’opera, che le impediscono di diventare un oggetto finito, compiuto in se stesso.

“Carla Accardi. Contesti”. Ph. Roberto Pini.

 “(…) uso la plastica come cosa di luce, mescolanza, fluidità con l’ambiente intorno: forse per togliere al quadro il suo valore di totem”.

Carla Accardi

L’intento di accorciare la distanza fra lo spazio auratico dell’opera e la tangibilità del mondo circostante porta l’artista ad eliminare progressivamente la dimensione puramente estetica del colore. I segni cedono il passo ad un gioco di intrecci di bande di sicofoil trasparente che creano forti vibrazioni emozionali, lasciando ben visibili i telai dei quadri, che diventano parte del sistema di forme, luci e trasparenze. Non più tele pazientemente tessute dalle donne dell’antichità, ma intrecci contemporanei, simboli di una tensione invisibile, ma potentemente tangibile.

Carla Accardi, Trasparente, 1975. © Carla Accardi, by SIAE 2020.

DalLe sperimentazioni con le tela grezza alla ceramica

L’eterno ritorno della pittura riconduce Accardi all’inizio degli anni ’80, quando inizia a frasi strada la Transavanguardia, al binomio tela-colore. Tuttavia, le sperimentazioni sul linguaggio pittorico del decennio precedente non sono prive di conseguenze per la sua produzione, che manifesta una rinnovata attenzione per il supporto. Fanno così la loro comparsa le tele lasciate grezze, senza preparazione, su cui si avvicendano segni saturi di pittura vinilica; lo sfondo, visibile nei tratti lasciati liberi dal pennello, con la sua materialità diventa esso stesso parte del sistema pittorico.

Carla Accardi, Capriccio spagnolo 3, 1982.

La mostra si conclude con l’ultima fase, se così si può dire, della produzione dell’artista, quando le sperimentazioni cedono il passo ad una più riflessivo e consapevole piano pittorico. Come se l’artista, dopo aver analizzato gli strumenti stessi del suo agire, iniziasse a proporre variazioni cromatiche ed emozionali volte ad ammaliare lo spettatore per veicolare i risultati delle proprie ricerche. Tele, ceramiche, coni diventano lo spazio di espressione del linguaggio di Accardi, sempre coerente, ma mai scontato, frutto di una faticosa sintesi fra elementi dissonanti.

Carla Accardi, Viola blu, 1961.
Carla Accardi, Aethos Prometheus, 1979.
“Carla Accardi. Contesti”. Ph. Roberto Pini.
“Carla Accardi. Contesti”. Ph. Paul Thueroff.

In copertina: Carla Accardi, D’altri bui di viola, 1990.

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