INTERVISTA A ROBERTO BOCCACCINO. UN BALZO FUORI DALL’INQUADRATURA

Di Silvia Diliberto

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Troppo spesso la fotografia assume per noi una dimensione memoriale in grado di agire motu proprio nell’immaginario di chi osserva, come se fosse dotata di sguardo e gli occhi potessero recuperare l’attimo prima e quello successivo, restituendoci la qualità che informa uno scatto.

Le fotografie di Roberto Boccaccino che a colpo d’occhio ci appaiono come immersioni in spazi quasi senza vita, sono frammenti e così come tutti i frammenti, balzano verso l’esterno alla ricerca di un completamento, trovando nella scrittura un’alternativa all’immagine.

La sua opera diventa una raccolta di racconti, brani, dialoghi, immagini, episodi che si legano in un corpo unico. Sono segni che interagiscono in un’articolazione dinamica per attenuare quella tensione tra il visibile e il resto della storia. Il fotografo diventa autore che si spinge oltre il contenitore fotografico.

Ciao Roberto, ti va di raccontarci un po’ di te e del tuo modo di fare fotografia? Quando ti sei avvicinato a questa?

Il mio primo approccio è stato essenzialmente documentario: finita la formazione di tecnico pubblicitario ho deciso di investire nella fotografia lavorando come stagista in un’agenzia di foto-giornalismo a Milano. Qui mi sono fatto un’idea sul funzionamento dell’industria dell’immagine e della fotografia, collaborando poi con giornali mensili italiani ed esteri. L’esperienza più incisiva, quella che mi ha consentito di utilizzare la fotografia come pretesto per  “spingere” la scrittura, è stata sicuramente il corso di visual storytelling fatto alla scuola di giornalismo di Aarhus in Danimarca. Ho assorbito questo approccio parallelo alla fotografia tramite lo studio di quello che viene più comunemente chiamato storytelling: fotografia come strumento che consente di raccontare una storia, di circoscrivere un’immagine e poter narrare anche attraverso quello che non si vede.

Lambro Park, “As long there’s lawn”. Credit

 “Quello che non si vede” sembra essere il tuo principale campo di ricerca. Come riesci a includere nelle tue fotografie ciò che non si mostra?

Di fatto, ogni silenzio consiste nella rete di rumori minuti che l’avvolge”. Considero questa di Italo Calvino la più bella lezione sulla presentazione dell’assenza. L’assenza, le cose mute che stanno più immediatamente intorno alla foto, la circostanza, può e deve essere rappresentata. Io ho scelto di farlo circoscrivendo l’ultimo pezzo della storia che si mostra e il primo di quella che viene dopo. Tutto quello che non viene detto prima o dopo viene costruito nella mia testa e nella testa dell’osservatore. È lì che ha luogo un immaginario più ampio.

A proposito del progetto Boy old Boy ho come la percezione che affiori una storia ben delineata. Pensi che esista un luogo verso cui le tue fotografie ci dirigono?

Nel caso di Boy old Boy è necessario conoscere la storia di Pingeyri, piccolo villaggio islandese di 200 abitanti, isolato e privo di negozi. Ho preso il concetto dell’assenza e ne ho fatto un’opportunità per rivelare i particolari reconditi del villaggio. Ho conosciuto e fotografato il ragazzo più grande, quello più prossimo al balzo verso l’esterno, perché a Pingeyri compiuti 16 anni i ragazzi vanno mandati a fare uno studentato lontano da casa. Il ragazzo, che dalla prossima estate sarebbe stato tra quelli che a Þingeyri probabilmente non sarebbe più tornato, diventa parte di quell’assenza. Si viene a creare, così, un “buco demografico”. Io ho fotografato il prima e il dopo di quel buco. Pingeyri esiste proprio intorno alle cose che non ci sono, un centimetro più avanti e più indietro. È sul limite tra assenza e presenza che mi è sembrato bello poter lavorare, su quel momento e su quel punto in cui pieni e vuoti si definiscono a vicenda, perché si toccano.

“Boy old boy”. Credit

È possibile individuare specifici riferimenti pittorici o cinematografici nelle tue fotografie?

Se ci sono riferimenti estetici sono inconsci. Sono daltonico. Soprattutto nei miei primi lavori utilizzavo delle nuances contrastanti, delle temperature particolari, che a tutti risultavano molto belle, senza nessun intento manipolatorio dell’immagine, né tanto meno dei riferimenti pittorici. Pura esigenza. A livello tecnico sicuramente l’industria occidentale del cinema ha suggestionato i miei lavori, questo si vede molto in uno degli ultimi progetti, Potenza 100, realizzato in Basilicata. Un progetto a cui tengo molto. Lì c’è una grandissima contaminazione di film americani anni ’80 – ’90, scene di fantascienza applicate a un territorio che è completamente alieno a determinate dinamiche. Un innesto dissonante fatto di centri di geometria spaziale, osservatori astronomici, rifiuti tossici, su un immaginario remoto e arcaico. Questa sintesi apparentemente inconciliabile riporta suggestioni dell’universo galattico di Interstellar di Christopher Nolan. Registi come lui, o come Inarritu, Zemeckis o Spielberg che richiamano immaginari a metà tra la sperimentazione e il classicismo, rappresentano la mia fonte. Sono nomi abbastanza facili, ma che hanno riempito la mia infanzia, la mia adolescenza, come un po’ hanno fatto con tutti quelli della mia generazione.

Parco dell’acqua. (Ex Maserati – Rubattino), “As long there’s lawn”. Credit

Palermo è una delle città in cui hai investito più energie, nonché la città in cui vivi. Sei tra i fondatori di Minimum – spazio creativo della città dedicato ai progetti per la fotografia e l’immagine. Ti va di raccontarci come e quando è nata l’iniziativa?

Il progetto nasce nel 2015 da me e Valentino Bellini, fotografo come me. Arrivati a Palermo fummo subito sommersi e abbandonati. Ci siamo ritrovati in una situazione in cui si vede un fermento continuo, che però fa fatica a concretizzarsi davvero, e qualche anno fa era ancora più evidente. Lavorare con le immagini così come ci interessava era un ambito in cui mancavano davvero gli interlocutori. Era impellente la creazione di un tessuto. Abbiamo creato uno spazio che ruotasse intorno alla fotografia, con l’intento di sopperire alla mancanza di interlocutori. Volevamo creare un terreno fertile per la fotografia in Sicilia (fotografia di ricerca si intende). Nasce come uno studio in cui ospitare autori e dare spazio alle loro ricerche, e anche un po’ come laboratorio. La squadra si è poi ampliata con Michela Palermo e Simone Sapienza. Io ne sono fuori da un po’, anche se il mio studio è sempre lì. Continuo a condividere una quotidianità con i ragazzi, ma non mi occupo più dell’associazione; diciamo che tutto quello che sta facendo Minimum al momento non è più merito mio.

Osservando i tuoi progetti sembra che tu abbia indagato a fondo gli effetti collaterali di una rivoluzione, di un cambiamento sull’uomo e sul suo processo di autodeterminazione. Alla luce delle attuali evoluzioni digitali quale tipo di processo linguistico ha attraversato la fotografia? E come pensi che questo abbia influito sul tuo elaborato?

L’immaginario, non fantastico, quanto piuttosto il dispositivo rappresentativo che abbiamo nel cervello e che viene richiamato continuamente dalla fotografia, è il mio campo di ricerca. Il mio interesse è per le categorie, per i modelli del mondo fotografico. Forse “autore” è la definizione più calzante. Il mondo è talmente pieno di piattaforme in cui condividiamo tonnellate di immagini, archivi, fonti che crearne di nuove un giorno sarà forse superfluo. Un lavoro che apprezzo molto è quello fatto da autori che prelevano immagini prodotte da altri, producendo una loro elaborazione di queste attraverso attribuzioni di significati nuovi. Io ancora produco immagini, ma senza una velleità rappresentativa, più riflessiva, cerco di tirare fuori da un’immagine altre immagini. La pressione creativa spesso è stata trasformata in un fine – fare l’immagine per l’immagine; io credo piuttosto che le fotografie siano mezzi, strumenti di cui ci serviamo per parlare di altro. Bisogna essere onesti su questo.

“Potenza 100”. Credit

Link utili; http://www.robertoboccaccino.it/

In copertina: “Boy old boy”. Credit

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