INTERVISTA A SIMONE PASSERI. RITRATTI SENZA VELI

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Simone Passeri trova nella fotografia il connubio tra arte e intelletto. Dai ritratti puri, senza veli o sovrastrutture – laddove sovrastruttura è anche il reggiseno – fino al racconto crudo dei luoghi dell’orrore, passa un filo trasparente che lega insieme fotografie dense di pathos, in cui regna una dialettica di pieni e di vuoti.

Una stanza abbandonata, il cui pavimento è interamente coperto da macerie, esprime pienezza solo grazie alla presenza di un pianoforte; così come negli scenari bui, nebulosi e colmi di mistero, le figure umane si fanno spazio con il corpo nudo e il volto immerso nell’oscurità.

Le opere di Simone sono un invito a rovesciare ogni immaginario conosciuto, per cogliere insieme a lui la pelle della vita.

Ciao Simone, come è nata la tua passione per la fotografia e quando è stata la prima volta che hai capito che questa sarebbe stata la tua strada?

Ciao Laura. Nel 1992 ero un ventenne deluso e insoddisfatto dagli studi svolti ma con molti interessi. La mia formazione scientifica in un certo senso mi impediva di pensare a qualcosa che fosse solo frutto dell’intelletto e non la conseguenza di un calcolo matematico o di un processo dimostrabile.

La fotografia, che fino ad allora era stato un hobby, iniziò a intrigarmi particolarmente perché in essa convivevano quegli aspetti che per me erano sempre stati in contrasto. In fotografia, arte e bellezza potevano rivelarsi attraverso un processo chimico. Abbandonati gli studi di ingegneria nucleare frequentai il corso triennale dell’Istituto Superiore di Fotografia di Roma (dove dal 2003 insegno) e ancor prima del diploma iniziò la mia lunga gavetta come assistente.

Simone Passeri, BURQA series, 2017, Credit.

Cosa ti ha spinto ad affrontare il tema del disastro di Chernobyl? Se non altro, soffermandomi a osservare nel complesso la tua produzione artistica, sembra insolito come lavoro.

Sin da quell’aprile del 1986, Chernobyl è stato un tarlo che ha sgretolato le mie convinzioni sulla scienza e su come l’essere umano attraverso essa potesse rincorrere l’autodistruzione. L’essere umano è stato ed è ancora il soggetto della mia produzione artistica. Chernobyl era il conto da pagare col mio passato.

La mostra “Chernobyl La Zona” sarebbe dovuta esser inaugurata a Ferrara presso La Stanza di Lucrezia il 24 aprile 2020  in occasione dell’anniversario della catastrofe di Chernobyl. Purtroppo al momento non sarà possibile visitarla, ti va di raccontarci la mostra?

Forse descrivere quelle che sono state le mie scelte nella realizzazione del lavoro può in qualche modo suggerire una chiave di lettura di un racconto che ancora nessuno ha letto. La prima è una scelta tecnica: una fotocamera di medio formato a pellicola (un mezzo scomodo da utilizzare in uno scenario ancora altamente contaminato).

Non potendo per questioni di sicurezza scattare molte immagini, come invece sarebbe stato possibile con una moderna attrezzatura digitale, ogni scatto ha rappresentato per me una scelta importate e univoca da fare velocemente. Ciò ha fatto in modo che mantenessi fede alla seconda scelta: ‘la giusta distanza dal soggetto.

L’iconografia sovietica e la difficoltà nel fotografare una città divorata da una vegetazione selvaggia, ha portato il più delle volte gran parte dei miei predecessori a raccontare Chernobyl spettacolarizzando i luoghi della tragedia con immagini stereotipate. Credo di esserci riuscito.

Simone Passeri, CHERNOBYL la Zona 03, Credit.
Simone Passeri, CHERNOBYL la Zona 03, Credit.

Hai affermato che consideri Chernobyl “un lavoro di ritratto” più che di reportage, ti andrebbe di spiegarmi meglio questa tua affermazione?

Pripyat, la città più vicina alla centrale elettronucleare di Chernobyl è una città fantasma. I suoi abitanti furono evacuati tre giorni dopo il disastro con la promessa che da lì a poco sarebbero potuti tornare. Molti sono morti a causa delle conseguenze delle radiazioni, anche a distanza di anni e nessuno vi ha più fatto ritorno. La loro vita, i loro ricordi sono rimasti lì. E’ attraverso quei ricordi e quei fantasmi che credo di aver fatto più una serie di ritratti che un reportage.

Simone Passeri, Ophelia, Credit.

Cos’è per te un ritratto?

Quando il soggetto che ho davanti è predisposto per fiducia, incoscienza o vanità ad abbandonare quelle sovrastrutture di cui ogni essere umano ha bisogno allora lo definisco ritratto. I vestiti stessi fanno parte di quelle sovrastrutture ed è per quello che prediligo il nudo. In molti dei miei ritratti stretti puoi vedere solo il viso del soggetto ma le persone sono nude – in tutti i sensi.

Ti va di raccontarci qualcosa anche della tua esperienza nel mondo della moda?

La moda, da quando mi sono avvicinato alla fotografia, è stata subito una grande passione. I grandi autori come Avedon, Penn, Ritts o Lindbergh, per molti anni sono stati il mio pane quotidiano. Ho avuto la fortuna con Angelo Cricchi e Susanna Ferrate, verso la fine degli anni novanta, di vivere uno dei periodi più fiorenti e stimolanti per la fotografia di moda. Eravamo perennemente in viaggio, continuamente a lavoro. E’ stata un esperienza fondamentale per la mia formazione stilistica e caratteriale.

Facendo alcune ricerche ho scoperto LOSTALK, un’iniziativa che stai portando avanti con Angelo Cricchi. L’avete definita “un salotto letterario dove si parla di fotografia e arte fotografica, dedicato a giovani fotografi emergenti, studenti di fotografia o semplici appassionati”. Ti va di raccontarci questo progetto e come sta emergendo in questo periodo particolarmente difficile?

Si Lostalk nasce esattamente così. Fino a poco tempo fa non era altro che un’occasione per incontrarsi e parlare di fotografia, affrontando di volta in volta diverse tematiche ma con nessuno in cattedra a tenere lezioni. Ogni partecipante allo stesso modo poteva parlare delle proprie esperienze o semplicemente esprimere la propria opinione, rigorosamente senza mostrare immagini ma cercando di raccontarle.

L’emergenza Coronavirus ha fatto si che Lostalk approdasse su Instagram con una modalità inevitabilmente diversa in cui è possibile dialogare con un ospite alla volta, al quale viene chiesta un opinione su quali saranno le conseguenze di questa crisi per il mondo della fotografia, in relazione a quella che fino ad oggi è stata la sua realtà artistica e commerciale, dalle difficoltà affrontate negli anni passati, a ipotesi future. Sicuramente un modo per fare compagnia e per “resistere”, ma anche uno stimolo per i giovani fotografi al momento più disorientati.

Simone Passeri, Where are you going, 2018, Credit

Consapevole della difficoltà attuale, ma fiduciosa nel pensare che presto tutto finirà, provo a chiederti che prospettive hai per il futuro e come stai passando questi giorni “in casa”?

Come tutti cerco di farmi un idea sulle possibilità di ripresa dopo la quarantena, consapevole delle difficoltà economiche che ne conseguiranno ma anche di gestione di un lavoro in cui, lo stare a stretto contatto con le persone, è sempre stato la norma. Al momento continuo a tenere le mie lezioni online con la speranza di tornare quanto prima sul set. Occupo la maggior parte del mio tempo in camera oscura.

Dopo Chernobyl ho iniziato a stampare principalmente i miei lavori personali che, per mancanza di tempo e per la comodità di trasferire su un computer anche immagini realizzate in pellicola, avevo abbandonato. Stampate hanno una “luce diversa” e hanno spesso un’unità stilistica di cui al momento dello scatto non mi rendevo conto.

La camera oscura è sempre stato un luogo di riflessione per me. Mi sembra il momento giusto per riflettere.

Link utili: http://www.simonepasseri.it/; http://www.lostandfoundstudio.it/

In copertina: Simone Passeri, CHERNOBYL la Zona 02, Credit.

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