SUPERFICI TRANSITABILI. INTERVISTA A MATTEO PIZZOLANTE

Di Silvia Diliberto

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Tutto, del mondo di Matteo Pizzolante, ci parla di forme inerti, spazi stantii, materie sterili. Eppure le sue installazioni, mute a prima vista, ci introducono in una spazio transitabile, una quarta dimensione in cui gli elementi diventano entità sensibili, esistenze iperuranie. In questa dimensione perdiamo la consapevolezza del passare del tempo, sprofondiamo nel sonno e, proprio come in tutti i sogni, la relazione tra noi e il mondo si acuisce. Alieni e familiari allo stesso tempo, i suoi lavori si aggrappano alla memoria, sono porte che ci conducono verso un’idea mutabile che poco ha a che vedere con la soggettività, quanto più con un valore ancestrale, ravvisabile persino nelle tracce che l’artista sceglie di lasciare. Scopriamo insieme all’artista come nascono questi spazi, quali sono le influenze e i piccoli accorgimenti tecnici di cui si serve, e lasciamoci guidare per raggiungere un momento isolato di universalità.

Ciao Matteo. Ti va di raccontarci un po’ di te? Come e quando ti sei avvicinato al mondo dell’arte?

Posso dire che mi sono addentrato con una certa costanza nel mondo dell’Arte all’incirca sei anni fa iscrivendomi al Biennio di Scultura presso l’Accademia di Belle arti di Brera sotto la guida di Vittorio Corsini. Arrivavo però da un contesto molto diverso, cioè quello dell’Ingegneria. Questo doppia formazione mi ha spinto a sviluppare una ricerca che si pone al confine tra varie discipline e utilizza diversi media: sono stato sempre affascinato dall’utilizzo delle immagini digitali e dei software associati ad esse come mezzo di analisi, rappresentazione e descrizione dello spazio.  Nonostante questo inizio tardivo, le arti visive hanno avuto da sempre un ruolo importante nella mia formazione, grazie all’influenza dei miei genitori. Ho visitato la Biennale per la prima volta nel 1999, e poi le edizioni successive. Ci sono dei lavori visti in quegli anni che sono ancora presenze vivide nella mia mente, apparizioni per nulla evanescenti, che si sono sedimentate nella memoria contribuendo alla mia formazione.

Tra questi diversi media è possibile individuarne uno prediletto, vale a dire quello a cui fai più ricorso? Se si, c’è un motivo particolare?

Se qualcuno mi domanda di cosa mi occupo, amo rispondere che il mio mestiere è quello dello scultore. Sia che lavori con le immagini, con il suono o con altri media sento che il mio approccio è sempre scultoreo, in particolar modo nel rapporto con lo spazio e con le superfici. Come nell’esempio della serie Noli me tangere  realizzata in vari materiali quali alluminio, tessuto e cera. Questi lavori prevedono spesso tempi di produzione molto lunghi, fino ad arrivare ad una forma razionale nella quale la soggettività scompare. Al contempo lascio tracce che attestano la mia relazione con il materiale, momenti di appropriazione. Se da un lato creo installazioni finalizzate a ottemperare una funzione ben precisa che in realtà non sussiste all’interno di esse, dall’altro faccio in modo che esse si rivelino in quanto entità sensibili, in tensione dialettica tra di loro e contraddistinte da una forte potenzialità relazionale. Non sento di avere un medium prediletto anche se in questo periodo lavoro molto con la fotografia, sempre al fine di realizzare installazioni spaziali. Ogni aspetto, diventa parte di una narrazione di cui la stessa fotografia è parte integrante: oggetti caratterizzati da una propria autonomia e simultaneamente simili a props (oggetti di scena).

Untilted, 2016. Alluminio, gesso, cera, 45x10x50cm. Current project, Milano. Courtesy l’artista. Credit

Mi ha colpito il modo in cui parli dello spazio come elemento integrante dell’opera. In che modo l’impianto scenografico entra in comunicazione con l’opera?

Non mi sento di immaginare un’opera senza la praticabilità del suo spazio, senza l’effettiva transitabilità, dove anche “l’impianto scenografico” è opera, come negli utopici spazi di Adolphe Appia nei quali la corporeità dell’attore si contrappone all’essenzialità di ogni elemento costruttivo della scena.  Lo scenografo svizzero ha da sempre inteso come cardine del “suo” teatro la modificazione sistematica del rapporto degli elementi dell’opera nel tempo e nello spazio. Ci tengo a immaginare questi miei ultimi lavori in questa prospettiva dialettica.

In che modo operi sulle immagini digitali? Ti servi di particolari estensioni tecniche che permettono di manipolare le fotografie? 

Il punto di partenza è spesso la modellazione 3D. Le immagini digitali che utilizzo sono sempre create da zero, frutto di un lento processo di ricostruzione, mai rielaborazioni di immagini esistenti o trovate sul web. Sono sempre stato affascinato dalla contaminazione tra la realtà e la rappresentazione virtuale. Nella recente serie di lavori dal titolo Silent sun ho ricostruito luoghi e interni per me particolarmente importanti, lasciando che le immagini affiorassero nel processo creativo come ricordi. La modellazione 3D è quindi il punto di partenza e, successivamente, attraverso la contaminazione di diversi media, lavoro sulla pelle delle immagini, le rendo materiche, vissute, investendole di una temporalità. Considero la loro superficie altrettanto importante quanto quella di una scultura. Le immagini ottenute sono infatti state stampate in modo artigianale e analogico attraverso la tecnica della cianotipia e sviluppate all’aperto esponendole al sole. Questo processo mi permette di analizzare dinamiche temporali e di lavorare sullo statuto dell’immagine digitale. 

A proposito della grande mostra virtuale Studio Visit, sei tra i 30 artisti partecipanti che si è servito degli spazi virtuali della Fondazione Pini. Ti va di parlarci del progetto?

Durante tutto il mese di maggio i canali web della Fondazione Pini hanno ospitato il lavoro di 30 artisti, aggiungendo giorno per giorno immagini e parole per presentare la ricerca di ognuno. Il progetto è stato ideato da Adrian Paci e condiviso con Samuele Cammilleri e si è sviluppato come una mostra virtuale della durata di un mese. Questo periodo di quarantena è stato interessante perché ha spinto tutti a sperimentare nuove forme espositive e di relazione e nel caso di questo progetto trovavo di particolare interesse che la mostra si modificasse giorno per giorno per tutto l’arco temporale. Aggiungere qualcosa non è mai un gesto semplice e neutro, ma scombina la carte in tavola, porta a rivedere ciò che è stato prima in maniera diversa, si crea un sistema i cui elementi si influenzano reciprocamente.

In questo contesto particolare della pandemia l’uso di strumenti di diffusione alternativa permette comunque di potersi esprimere all’interno di uno spazio virtuale. Considerato che gli spazi fisici nei tuoi lavori sono sempre stati co-protagonisti, avverti particolari preoccupazioni relative al modo in cui la tua ricerca verrà percepita? 

Ho vissuto questo periodo di lockdown con sensazioni molto diverse e contrastanti. All’inizio quasi con serenità, come un’opportunità di lavoro, distante dai ritmi frenetici nei quali solitamente siamo immersi. Spesso ovviamente capitava di pensare, con qualche preoccupazione, alle modalità con le quali il proprio lavoro sarebbe stato percepito una volta terminato il periodo di chiusura e fortunatamente non sono mancati i progetti e le opportunità di riflessione pratica su quest’aspetto. Prima fra tutti la già citata mostra negli spazi virtuali della fondazioni Pini, poi #10cents Art at The Supermarket ideato dall’artista Giuseppina Giordano. Si tratta di un progetto ambizioso e complesso, è una mostra site-specific itinerante e internazionale di arte e filantropia, che coinvolge artisti, operatori culturali, collezionisti e gli attori della filiera alimentare per affermare in maniera chiara e consapevole che l’arte è essenziale per il benessere fisico, psichico e spirituale di ogni essere umano. Un progetto che prevede una fase di formalizzazione in un contesto fisico, anche se non usuale come quello del supermercato, e che utilizza il web non solo come strumento di comunicazioni e diffusione ma come sua ramificazione, creando un sistema espositivo integrato. Per ultimo in ordine temporale, il progetto Tabula Rasa, sviluppato con un gruppo di amici e colleghi, che nasce come conseguenza della decisione del primo ministro albanese di radere al suolo, la domenica del 17 Maggio di quest’anno, il Teatro Nazionale Kombëtar, una struttura di 80 anni nel cuore di Tirana, costruita nel 1939, durante gli anni dell’occupazione italiana. È un progetto corale e collaborativo che ha sviluppi in molteplici direzioni. Spazi virtuali ma anche modalità diverse di fruire l’arte ……forse anche con maggiore incisività.

Silent Sun, #10cents – ART AT THE SUPERMARKET. Foto Benito Frazzetta. Credit 

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