VIAGGIARE “DOPO” IL COVID-19: QUALE FUTURO?

Di Laura Carioni

Tempo di lettura: 3 minuti

Lo spazio che ci circonda, lo “spazio dell’uomo”, non costituisce solo un “habitat” in cui la nostra società si muove freneticamente, ma è la chiave per la creazione di un’identità e di una memoria condivisa per chi lo vive e per chi verrà a contatto con esso.

Abituati a spostarci, a viaggiare quasi ogni giorno, ora più che mai sentiamo la necessità di tornare a vivere i luoghi del mondo e le ragioni sono molteplici.

Siena, campanile del Duomo

Al riparo tra le mura di casa, i nostri pensieri tornano ai viaggi che abbiamo fatto, a quelli che avremmo dovuto fare, sperimentiamo l’ansia e la speranza di un nuovo inizio, di una “ri-partenza” che appare tanto lontana, ma a cui, in fondo, tutti puntiamo. Progettare il futuro, immaginare ciò che faremo, anche in un momento che ci vede costretti all’immobilità, è l’unica difesa contro la morsa che ci stringe; tuttavia ad oggi, nonostante la tanto attesa Fase 2, siamo sempre a un punto che pare fermo, ogni progetto prende i colori del sogno. 

Da qui, allora, sorge naturale riflettere e dunque:

Quando potremo tornare a viaggiare? Come lo faremo? Cosa cercheremo? 

Con quale spirito e con quali aspettative partiremo?

Sono domande che non riguardano solo il “dove andremo” ma che toccano il senso più profondo del viaggio: spostarsi significa cercare, trovare e costruire il senso del mondo, della convivenza e della società. 

Quel che è certo è che la pandemia ha impattato in modo violento sul nostro stile di vita e anche il mondo dei viaggi ne risentirà: dobbiamo prepararci a un’estate senza aerei e senza viaggi internazionali, che potrebbero non essere autorizzati infatti prima di fine anno e che avranno, sicuramente, ripercussioni molto pesanti sulle compagnie aeree e sulla mobilità più in generale: ad oggi la quasi totalità delle flotte aeree è a terra, sono aperti solo alcuni collegamenti per motivi di emergenza, i treni hanno rimodulato il servizio per garantire solo i servizi minimi essenziali; spostarsi non sarà lo stesso.

Sospesi tra quello che facevamo e quello che potremo fare, possiamo ora dedicare il nostro tempo con passione nel ravvivare quello che c’è già, che in Italia significa valorizzare un patrimonio di bellezza senza pari.

Forse non sarà questo il tempo della ricostruzione del patrimonio italiano, tanto amato ma anche a lungo trascurato, ma può prospettarsi come un tempo della rinascita, dove, in qualità di cittadini e viaggiatori responsabili, sceglieremo di rallentare i nostri ritmi per riconoscerci nel nostro paesaggio e dedicargli il posto che merita nella costruzione della nostra persona.

Quante volte abbiamo pensato che le radici sono importanti nella vita – sembra essere diventata una frase “fatta” –  ma noi uomini e donne sappiamo di avere le gambe, non le radici, e le gambe sono fatte per andare altrove. Tuttavia, è altrettanto facile dimenticare che quelle stesse gambe hanno mosso i primi passi in un luogo che sarà per sempre incredibilmente nostro.

Riemergerà con forza il concetto del Genius Loci: un riferimento alle religioni del mondo antico e alla mitologia classica, che sta ad indicare un’ “anima” (genius) del luogo (loci) che, abitando un determinato territorio, conferisce ad esso una certa sacralità. Ed è attraverso questo spirito che ognuno porta dentro di sé, giorno dopo giorno, il senso di appartenenza, quella sensazione che da origine a quell’Amor Loci che abbiamo trascurato negli ultimi anni, plasmandoci sempre più come un Homo Viator che – mosso dalla sola volontà di evadere; assetato dal proposito di conoscenza della bellezza degli altri paesi, bisognoso di condividere sui social i propri viaggi, governato dal desiderio di vivere altre culture,  dispiega le ali per approdare in terre “lontane”.

Ma, ci siamo mai fermati a pensare da dove nasce questa necessità? 

Molto probabilmente, questa non è altro che una possibile risposta ad una necessità, cioè alla schiacciante globalizzazione a cui è sottoposto il mondo da ormai un secolo, inducendoci a dimenticare tutto quello che più di ogni altro ci appartiene: l’arte, i colori, gli odori e sapori della “nostra” terra.

Non dimentichiamoci che quando abbiamo a che fare con un paesaggio che ci appartiene, un luogo che ci rimane nel cuore, si crea una relazione in cui la nostra identità diventa quella del paesaggio e viceversa. E se è vero che la pandemia ha stravolto la vita di ognuno di noi, in ogni parte del globo, è anche vero che ci sta offrendo ora un’incredibile opportunità: riprenderci del tempo per riscoprirci, capire chi siamo e da dove veniamo, guardare con occhi diversi tutto ciò che ci circonda e comprendere la preziosità di ogni dettaglio, di ogni brezza, di ogni sapore, di ogni peculiarità che ci contraddistingue e che fa dell’Italia una penisola meravigliosa.

Quello dei prossimi mesi dovrà essere un “viaggiare consapevole”, un’occasione di arricchimento e trasformazione, che è insita nel termine stesso del viaggio e non più un turismo “mordi e fuggi” che lede alla cultura locale. Il viaggio dopo l’emergenza sanitaria, dovrebbe essere proprio questo, un momento di apprendimento, una scoperta, che rispetta la natura e l’ambiente ma altresì la cultura e tradizioni.

Il virus contamina i corpi, ma anche le anime. Gli individui, ma anche le comunità. Ciò che le tiene in vita come il sangue e l’aria: la memoria culturale, la creatività, i paesaggi, il patrimonio artistico, le arti figurative, la danza, la musica, il teatro, l’opera, il pensiero filosofico e matematico, la ricerca scientifica, la letteratura, la storia.

Sono le nostre coordinate, la terra su cui poggiamo i piedi: ma rischiamo di non pensarci abbastanza, tanto lo diamo per scontato. E in tempi come questi, scontato non è.

S. Settis

Foto dell’autrice.

In copertina: duomo di Siena

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